Quando dall’Icmesa si liberò la nube tossica di diossina, Tullio Quaianni era ancora un giovane medico che si stava specializzando alla Clinica del Lavoro di Milano. Ma nel marzo del 1977 si fece avanti a Desio per entrare nel CSZ “Brianza di Seveso 3”, Comitato sanitario di Zona.

Un lavoro pionieristico? "A Desio sapevano già molte cose, eravamo in contatto con i medici di Seregno e Cesano Maderno che seguivano la storia della diossina sin dall’inizio".

E voi? "Eravamo nel gruppo di medici responsabili del monitoraggio che venne costituito per seguire chi aveva lavorato lì, ma non solo; anche chi era entrato nella cosiddetta Zona A, quella più contaminata, chi aveva potuto accedere alle zone più compromesse, ma anche nella zona B. Ogni tre, quattro, o sei mesi sottoponevamo a una visita approfondita. C’erano i tecnici dell’Enel che erano dovuti entrare in zone altamente inquinate per ristabilire le utenze oppure i lavoratori del telefono, ma anche i netturbini, bastava un sacco nero".

In che senso? "Al forno inceneritore veniva bruciata tutta la spazzatura del territorio, compresi i sacchi trovati per strada. Il lavoro di monitoraggio proseguì per anni".

La diossina era sconosciuta? "Non proprio: in clinica del lavoro, dopo due o tre giorni, si sapeva tutto. C’era una corposa letteratura, all’estero si parlava già di episodi di fuoriuscite di diossina. C’erano stati episodi noti e documentati in Vietnam".