Nel giorno in cui l’amministratore delegato del gruppo Volkswagen presenta al consiglio di sorveglianza il «piano industriale» che prevede fino a 100mila licenziamenti e la chiusura di quattro stabilimenti, in Germania scatta la protesta dei lavoratori indisponibili a pagare il prezzo del fallimento della politica manageriale. Dopo le assemblee interne, in tutte le fabbriche del marchio di Wolfsburg ieri si è levato corale il «nein!» dei dipendenti pronti ad alzare un muro in difesa dei posti di lavoro: «Uniti per il nostro futuro» è lo slogan lanciato dal sindacato Ig Metall capace di mettere insieme non solo le tute blu nella lotta per evitare lo smantellamento definitivo (previsto fra il 2031 e il 2034) di tre catene di montaggio Vw ad Hannover, Emden e Zwickau più l’impianto Audi a Neckarsulm.

CONTRO IL PIANO lacrime e sangue squadernato dall’ad Oliver Blume si schiera anche il governo della Bassa Sassonia, detentore del 20% delle azioni del gruppo automobilistico. A differenza di quanto ipotizzato nei giorni scorsi dal settimanale economico Wirtschaftswoche, il premier Olaf Lies (Spd) e la sua vice Julia Willie Hamburg (Verdi) non sono affatto disponibili a dare il via libera alla «riconversione» equivalente al più vasto programma di licenziamenti negli 89 anni di storia di Volkswagen. Insieme ai rappresentanti del sindacato, la Bassa Sassonia controlla la maggioranza dei voti nel consiglio di sorveglianza del gruppo, ovvero può esercitare il diritto di veto sul programma del top manager.