Doveva essere il «progetto di rilancio» del Gruppo Volkswagen. Invece si rivela come il più mostruoso dei piani e lacrime e sangue in quasi novant’anni di storia del marchio-simbolo del made in Germany.
Anticipato da “Manager Magazin” poche ore prima della sua presentazione ufficiale al consiglio di amministrazione, prevede il doppio dei tagli preannunciati dal Ceo Oliver Blume lo scorso marzo: invece di 50 mila saranno fino a 100 mila i licenziamenti necessari a far sopravvivere il colosso di Wolfsburg nel mercato mondiale dell’automotive ormai dominato dai brand cinesi.
SI AGGIUNGE alla decisione altrettanto epocale di chiudere per sempre ben quattro stabilimenti in Germania, fra cui la fabbrica di Zwickau, in Sassonia, che produceva le Trabant ai tempi della Ddr prima di diventare la e-factorydi punta delle auto elettriche di Vw.
In difesa della catena di montaggio, che oggi rappresenta l’unica fonte di lavoro sicuro nel Land altrimenti caratterizzato per il deserto industriale, è sceso in campo direttamente il governatore Michael Kretschmer della Cdu lanciando un monito inequivocabile: «Le conseguenze di questa scelta saranno disastrose per l’intera Germania». Così il premier dello Stato dove Afd viaggia ormai a quota 42% nei sondaggi – dopo avere incardinato la propaganda sullo slogan «il lavoro prima ai tedeschi» – legge politicamente l’effetto del piano Volkswagen. All’attenzione del governo del cancelliere Friedrich Merz balbettante «preoccupazione per gli impieghi a rischio», ma anche alla mano pubblica che controlla il marchio: il Land della Bassa Sassonia guidato dal collega-governatore Olaf Lies della Spd, detentore per statuto del 20% delle quote azionarie di Vw, e dunque dei relativi diritti di voto.










