Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiIl leit motiv (prevedibile) del summit di Ankara è stata la richiesta di Donald Trump di un più ampio impegno economico dell’Europa in ambito militare, cioè il rafforzamento della sua difesa, in modo sia da supplire al disimpegno americano sia di dirottare commesse verso i grandi produttori americani di armamenti.

I paesi europei, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sono apparsi concordi nell’indicare l’obiettivo di una più efficace difesa comune (la guerra oggi in atto in Ucraina è dietro l’angolo) ma assai meno sulle modalità, sia perché la torta pubblica è per tutti contingentata e se si taglia una fetta più grossa per le armi bisogna rimpicciolire le altre, a cominciare da quella del welfare, sia perché il traguardo di una difesa comune non può fondarsi (come chiede implicitamente Trump) su una sostanziale dipendenza extra-Ue, anche se gli Usa continuano ad essere alleati, seppur più tiepidi. Inoltre lo sforzo economico deve, come contropartita, portare benefici all’economia europea e non ad altri.

Si tratta (ovviamente) di problemi complessi e non a caso il vertice di Ankara in taluni momenti è apparso zigzagare. Anche i riflessi sulla politica interna sono tutt’altro che tranquilli. Nella compagine di governo, la Lega è contraria all’impegno militare (Matteo Salvini: «No al riamo, assurdo indebitarsi. L’Europa non segua i toni bellicisti»), mentre all’opposizione remano decisamente contro a un impegno dell’Europa, Giuseppe Conte e il M5s ma anche Avs.