Non è vero che il Partito democratico sia spaccato sulle spese per la difesa europea. Nella sua larga maggioranza il Pd è per il no. È contraria Elly Schlein, è contrario il responsabile Esteri Peppe Provenzano. Sintetizza Arturo Scotto, esponente vicino alla leader del partito: «Per noi la priorità è il sette per cento di spesa sanitaria pro capite, come in Europa; per loro il cinque per cento in armi voluto da Trump». La retorica del burro contro i cannoni: antica linea pacifista del tempo perduto, quando tutto era più semplice. Posizione facile, popolare, demagogica. Gli italiani non vogliono sentire parlare di armamenti, tecnologie, droni. Sono voti da acchiappare, questi. Poi si vedrà.

In realtà, anche i Paesi europei, tranne lo spagnolo Pedro Sánchez, al vertice Nato di Ankara hanno confermato l’obiettivo di innalzare gradualmente le spese per la difesa (che non vuol dire banalmente armi, come nel Novecento) al cinque per cento. Certo, gli adulti come Piero Fassino, Lia Quartapelle e Lorenzo Guerini non hanno la stessa linea demoproletaria del vertice dem. Ma il grosso del partito, eccitato dal gruppo dirigente, è sulla stessa linea del Movimento 5 stelle, pronto a «stracciare gli accordi» quando sarà al governo, come hanno detto i parlamentari contiani Arnaldo Lomuti e Alessandra Maiorino.