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C’è stato un periodo, piuttosto lungo, in cui il Pd è stato il “partito del Colle”. Che non si significa, tanto per capirci, complicità manovriera o trame politiche, ma una comune idea dell’interesse nazionale. Quando Sergio Mattarella, in un passaggio drammatico, chiama Mario Draghi, il Pd, sia pur con qualche maldipancia iniziale, si adegua perché “prima il paese”. Andando a ritroso: quando sempre Mattarella stoppa la richiesta di elezioni anticipate da parte di Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referendum, arriva il governo di Paolo Gentiloni e lo stesso Renzi si adegua. Andando ancora più a ritroso, c’è Giorgio Napolitano che, senza quel partito, non avrebbe potuto gestire la crisi dello spread, e così via. Fino ai tempi di Oscar Luigi Scalfaro.
L’obiezione è nota: tutto vero, ma è anche vero che, in nome della famosa “responsabilità”, la sinistra ha donato sangue con esiti non proprio vantaggiosi. Dopo Monti il Pd si è schiantato, dopo Draghi pure. Mentre la sinistra faceva da stampella del sistema, gli altri macinavano voti sulla protesta, Giorgia Meloni compresa. Si potrebbe contro-obiettare facilmente che tra il non assumersi la responsabilità e fare la stampella ci sono infinite sfumature che attengono alla politica. Perché essere un partito con cultura istituzionale non significa, come accaduto, essere per forza subalterni a chi ti porta a governo. In fondo così è stato da parecchio tempo a questa parte, e non solo con i “governi del presidente”. Vai alla voce, ad esempio: Conte 2.






