In questi giorni si discute molto di legge elettorale. E ho l'impressione che il dibattito venga spesso ridotto a una domanda: preferenze sì o preferenze no. La verità è che la questione è molto più complicata. La mia inclinazione è favorevole alle preferenze. Per una ragione semplice: consentono alle cittadine e ai cittadini di scegliere una persona, non soltanto un simbolo. Chi viene eletto con nome e cognome è chiamato a mantenere un rapporto diretto con il territorio e a rispondere degli impegni presi.
Ma le preferenze hanno anche un lato oscuro. Per ottenere migliaia di voti servono notorietà, relazioni, organizzazione e, spesso, anche molte risorse economiche. È un meccanismo che tende ad avvantaggiare chi è già conosciuto o chi occupa già una posizione di potere, rendendo più difficile l'accesso a chi è giovane, a molte donne e, più in generale, a chi prova a rinnovare la classe dirigente.
In più viviamo nell'epoca degli influencer. La notorietà non coincide necessariamente con la competenza. Rappresentare i cittadini richiede studio, esperienza, capacità di ascolto, equilibrio. Non basta essere popolari.
Dall'altra parte, però, nemmeno le liste bloccate rappresentano la soluzione. Affidare la selezione ai partiti significa confidare nella loro capacità di scegliere la classe dirigente migliore. E troppo spesso non è stato così. Chi frequenta le istituzioni lo vede: il criterio della fedeltà al leader o agli equilibri interni ha spesso pesato più del merito. Non sempre vengono scelti i migliori, ma talvolta i più vicini a chi ha il potere di decidere le candidature.













