Il Summit di Ankara si svolge in un momento di profonda trasformazione dell’Alleanza, chiamata a confrontarsi con il rafforzamento della deterrenza nei confronti della Russia, la crescente competizione con la Cina e il riequilibrio delle responsabilità tra gli Alleati. In questo contesto, una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli europei è considerata essenziale per consentire a Washington di concentrare maggiori risorse sull’Indo-Pacifico. L’analisi di Cristina Martinengo, Programma Stati Uniti del Centro Studi Geopolitica.info

Il Summit Nato di Ankara si svolge in una fase di ridefinizione degli equilibri dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti vi arrivano portandosi dietro, da un lato, questioni interne: il peso delle elezioni di Midterm, della appena conclusa guerra con l’Iran – che non ha incontrato l’approvazione dell’opinione pubblica e che fattualmente non è stata un successo –, il consenso interno a Trump, l’aumento dei prezzi e, più in generale, il senso di incertezza diffuso nell’elettorato. Dall’altra parte, questioni di politica estera: gli effetti della guerra in Iran su sicurezza ed economia globali, le recenti critiche all’Alleanza Atlantica e la volontà di promuovere un’evoluzione dal burden sharing al burden shifting, per consentire a Washington di concentrare maggiori risorse sulla competizione con la Cina.