Il vertice

Riccardo Renzi

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Il vertice NATO di Ankara non segna la nascita di una nuova Alleanza, ma l’avvio di una fase di trasformazione che l’Europa non può permettersi di fallire. La domanda non è se gli Stati Uniti stiano abbandonando il continente: non lo stanno facendo. La questione è diversa e più impegnativa. Washington chiede agli alleati europei di assumersi una quota maggiore delle responsabilità militari, industriali e finanziarie per rafforzare una sicurezza collettiva che resta, e deve restare, transatlantica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la stagione delle illusioni strategiche è terminata. Oggi il tema non è soltanto spendere di più, ma spendere meglio, costruendo una vera capacità militare europea pienamente integrata nella NATO. Il vertice di Ankara arriva proprio in questo momento di passaggio. L’impegno assunto all’Aia di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla sicurezza rappresenta un cambio di paradigma. Non si tratta soltanto di acquistare armamenti, ma di rafforzare infrastrutture critiche, produzione industriale, logistica, cyberdifesa, capacità di risposta e resilienza civile. La deterrenza del XXI secolo si misura nella possibilità di sostenere un conflitto prolungato, non soltanto nella disponibilità di mezzi militari. È in questo quadro che emerge la crescente centralità della Turchia. Per anni Ankara è stata considerata un alleato difficile, spesso osservato con diffidenza dalle capitali europee. Oggi, invece, la sua posizione geografica e la sua crescita industriale rendono impossibile ignorarne il ruolo. La Turchia controlla l’accesso al Mar Nero, rappresenta un ponte naturale tra Europa, Caucaso e Medio Oriente ed è ormai uno dei principali produttori dell’industria della difesa dell’Alleanza. Droni, elettronica, radar, sistemi navali e capacità produttive possono contribuire concretamente a rafforzare il pilastro europeo della NATO.