A dispetto dei pronostici, ad Ankara non si è celebrato il de profundis della NATO. Questo esito è stato favorito dalle circostanze del momento. La nuova escalation tra Iran e Stati Uniti ha reso più difficile per Trump alimentare lo scontro con gli alleati europei. Mostrarsi divisi mentre le petroliere venivano colpite nel Golfo sarebbe stata la prova di una debolezza occidentale che Teheran - e non solo Teheran - non aspetta altro che di sfruttare. Così il presidente americano ha trasformato il vertice che alla vigilia aveva annunciato di voler disertare, in quella che lui stesso ha definito una «straordinaria riunificazione». Non sono mancate le stoccate alla Spagna, tornata in cima alla graduatoria dei «pessimi», mentre l’Italia, almeno per questa volta, è rientrata nella lista dei «quasi buoni». È ormai un repertorio stantio a uso e consumo dei social, fatto di brusche giravolte negoziali che però ormai non stupisce più nessuno. Neppure la celebrazione dell’amore degli alleati avvertito nei giorni dei lavori, è riuscito a suscitare un brivido di autentico stupore.

Non tutto, però, può essere archiviato come contingenza ed empirismo. Il vertice di Ankara consegna almeno tre elementi che paiono destinati a produrre effetti duraturi. Il primo riguarda la difesa collettiva. La Dichiarazione finale del Consiglio del Nord Atlantico si apre riaffermando l’Articolo 5 del Trattato di Washington: un attacco contro uno Stato membro è un attacco contro tutti gli altri. È il principio politico su cui la NATO ha fondato la propria ragion d’essere. Non un semplice richiamo protocollare, dunque, ma il cuore dell’Alleanza. E il cuore sembra battere ancora. Il secondo elemento riguarda il riequilibrio, presente e futuro, delle relazioni transatlantiche. I quasi 140 miliardi di dollari investiti dall’Europa e dal Canada nella difesa nel 2025, ai quali si aggiungono oltre 50 miliardi di nuovi programmi annunciati ad Ankara, non sono stati solo una concessione tattica alle richieste di Trump. Mostrano piuttosto che il rafforzamento del pilastro europeo della NATO è ormai un processo destinato a proseguire anche oltre questa amministrazione americana. Infine, il sostegno militare all’Ucraina. Trump ha promesso a Zelensky di concedere a Kiev la licenza per produrre in Ucraina i sistemi di difesa aerea Patriot, utili a proteggere città e basi militari ucraine. Sembrano trascorsi secoli dalle umiliazioni patite da Zelensky alla Casa Bianca. La Germania, a sua volta, sembra pronta ad acquistare dagli Stati Uniti i sistemi missilistici a lungo raggio progettati anche per l’impiego di testate nucleari. Non è ancora una force de frappe tedesca, ma il messaggio rivolto a Mosca è chiaro: la NATO torna a investire nella capacità di colpire in profondità.