Roma, 7 luglio 2026 – Una Nato (più) europea, la guerra in Ucraina e l’ombra di un disimpegno americano. Sono tanti gli argomenti al centro del vertice Nato di Ankara. Un summit assolutamente di sostanza come evidenzia Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation.

Direttore, che vertice dobbiamo aspettarci?

“Un vertice non banale perché al di là delle questioni ‘atmosferiche’, come le schermaglie a mezzo stampa o le varie dichiarazioni, insistono sia i soliti problemi di agenda (l’aumento della spesa dei Paesi europei, il sostegno all’Ucraina), che quelli strutturali, che toccano il rapporto transatlantico, la natura del rischieramento delle forze statunitensi e la credibilità dell’impegno americano nella Nato. Quest’ultimi argomenti, probabilmente, non saranno però discussi in plenaria ma al margine del summit”. Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation

Si parla di una Nato più europea. Che cosa significa in concreto?

“La Nato più europea è un’idea vecchissima, già emersa negli anni Novanta, con cui si doveva sviluppare il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica. Un’idea che, se si prendeva in modo politico, non andava bene agli Stati Uniti perché la vedevano come un indebolimento della compattezza dell’alleanza, ma che se si vede nell’ottica di un coordinamento tecnico, da rendere così più efficace il contributo europeo nella Nato e tra Stati europei, allora diventa realistica a patto che vi siano volontà politica e costanza nel tempo. Dal punto di vista delle missioni invece non cambierebbe nulla: il trattato dell’Alleanza atlantica delimita in modo chiaro che cosa è di pertinenza della Nato e che cosa no. L’Iran, per intenderci, non ci rientra. Allo stesso tempo, dobbiamo anche chiederci quanto la Nato sia credibile nel caso in cui ci sia un maggiore disimpegno statunitense nella deterrenza nucleare, anche se Washington fa sapere che questo non è in discussione. Quello che sta accadendo, invece, è che gli Stati Uniti riducono le loro forze in modo da indurre gli europei a investire di più nella deterrenza convenzionale. L’Europa ha i mezzi per farlo, a patto però che standardizzi gli armamenti. Preciso, infine, che tali problemi vanno oltre l’amministrazione di Donald Trump, dato che le due sponde dell’Atlantico non si trovano più nelle condizioni del 1945”.