Se si mettono a confronto due foto drammatiche di ieri si ricava l’immagine incontrovertibile della differenza tra Russia e Ucraina anche nel modo di condurre questa guerra: l’Ucraina colpisce sistematicamente raffinerie di petrolio e infrastrutture militari russe, la Russia bombarda palazzi e cerca (e spesso ottiene) stragi di civili; con una predilezione per Kiev, la capitale nemica. Qualcosa che nessun europeo accetterebbe mai che avvenisse in una qualunque delle nostre città, ma su Kiev pare si possa fare. Non più, però, impunemente. Ieri almeno 22 persone sono morte e oltre 70 sono rimaste ferite nella capitale ucraina e nella regione circostante, dopo un pesantissimo attacco balistico delle forze armate russe. Siamo davanti al secondo spaventoso attacco missilistico russo sulla capitale negli ultimi cinque giorni: giovedì sera la città era stata bombardata per 11 ore, causando 31 morti. Tutti civili. Ieri almeno 15 edifici sono stati danneggiati o quasi distrutti, un palazzo di 9 piani è crollato dal quinto al nono piano, uno di 21 piani dal secondo al quinto piano. I russi hanno sparato 68 missili e 351 droni. Gli ucraini sono riusciti ad abbattere “solo” 37 missili (e 326 droni). Il problema vero, per Zelensky, è questo, e infatti arriva ad Ankara chiedendo alla Nato «decisioni forti a favore della nostra difesa antiaerea e quindi della protezione della vita delle persone comuni». Il professor Phillips P. Obrien, che ha la cattedra di Strategic Studies alla University of St Andrews, riassume molto francamente che cosa significano questi due ultimi bombardamenti brutali su Kiev dal punto di vista militare e geopolitico: «Ieri sera l’Ucraina non è riuscita a intercettare un solo missile balistico russo. Il fatto che gli Stati Uniti privino deliberatamente l’Ucraina dei Patriot è ora chiaramente interpretato dai russi come un sostegno americano ai loro bombardamenti terroristici. Gli Stati Uniti stanno aiutando Putin a uccidere gli ucraini». Molto semplice. Un’analisi che viene confermata, con diversi altri dettagli, da Michael Kofman, senior fellow del Carnegie Endowment, uno dei più acuti osservatori della struttura militare russa e ucraina: «Mentre l’Ucraina sta ottenendo buoni risultati su gran parte del fronte, in materia di difesa missilistica la tendenza è negativa. La Russia sta utilizzando un numero maggiore di missili balistici, ne sta traendo maggiore vantaggio e il numero di intercettori forniti all’Ucraina non sta aumentando in modo tangibile». Il tutto avviene mentre, in preparazione del vertice Nato di Ankara, Donald Trump fa una lunga chiacchierata telefonica con Vladimir Putin in cui quasi concorda le frasi col dittatore russo, poi ci assicura incredibilmente (ieri, il giorno dell’ennesima devastazione) che «Putin vuole finire la guerra», e attacca senza freni la premier italiana, Giorgia Meloni, rea tra l’altro (e forse non secondariamente) di essere finita ormai nella lista nera del Cremlino. Kiev adotta una tattica differente, che è difficile spiegare come ritorsione, o seguendo il banale schema, anche narrativo, dell’azione/reazione: da mesi gli ucraini stanno degradando e in alcuni casi distruggendo l’immenso potenziale petrolifero della Russia, «la nazione pompa di benzina» che è finita in molte regioni a non aver quasi più benzina. Ieri droni a lungo raggio hanno colpito l’impianto di prima lavorazione del petrolio della raffineria di Omsk, nella Siberia sud occidentale, a 2500 chilometri dal confine: un risultato che solo qualche mese fa sarebbe stato quasi impensabile. Invece adesso è realtà, grazie allo sviluppo dei droni a lungo raggio prodotti dalla Fire Point e all’introduzione dei missili Flamingo. Colpi che tra l’altro mostrano che anche le difese aeree russe non stanno messe benissimo, e gli ucraini potrebbero fare molti più anni, volendo, anche a Mosca o Pietroburgo. La strategia, si diceva. La raffineria di Omsk appartiene a Gazprom Neft e è la più grande della Russia. La sua capacità supera i 20 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Già solo l’impianto di prima lavorazione, messo fuori uso ieri, ha una capacità di 8,4 milioni di tonnellate all’anno (e fornisce circa il 40% della capacità totale dell'impianto). Sono volumi immensi, che produrranno ripercussioni quasi immediate sui consumatori russi e sulle loro code alle stazioni di servizio. La sequenza delle raffinerie incendiate è impressionante, e indica, a differenza degli attacchi un po’ alla cieca dei russi, una chiara strategia militare. A ottobre è stata colpita la raffineria di Tyumen, a duemila km dal confine, a inizio del 2026 la raffineria di Ukhta (a 1.750 km), a maggio la raffineria “Kirishi Nefteorgsintez” nella regione di Leningrado (capacità di 21 milioni di tonnellate) e la raffineria di Ryazan (17 milioni di tonnellate), a giugno la raffineria “Nizhegorod Nefteorgsintez” di Lukoil (16 milioni di tonnellate) e “Taneco” (12,5 milioni di tonnellate). L’impianto di Yaroslavl, sesto per capacità (15 milioni di tonnellate), è stato bruciato a maggio e poi il 6 luglio. Quello di Volgograd (15 milioni di tonnellate) è stato chiuso il 1 giugno dopo essere andato a fuoco. A Perm la raffineria di Nefteorgsintez è stata incendiata a fine aprile e pioveva petrolio nella regione.
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