Passerà Trump e il Sogno americano sarà sopravvissuto perfino a lui. Se crediamo che quel Sogno dipenda da chi sta alla Casa Bianca, non capiamo l’America. Del resto, questa è la costante da 250 anni: quasi mai il resto del mondo ha compreso la natura profonda di questo Paese. Il Sogno nasce screditato dalle origini, almeno agli occhi delle élite europee… ma non delle decine di milioni di migranti accolti dalla Statua della Libertà.

Con l’eccezione del francese Alexis de Tocqueville, autore di un’immortale analisi sulla superiorità della democrazia statunitense, i giudizi del Vecchio Continente sono sempre stati sprezzanti. Hitler era sicuro di vincere la guerra contro una «nazione di bottegai» (gli americani). Ma prima di lui era stato il Vaticano a condannare il «materialismo» degli Stati Uniti nonostante abbiano sempre avuto percentuali di pratica religiosa superiori all’Europa, e tradizioni di filantropia senza eguali.

Lenin e Stalin profetizzavano il crollo del capitalismo Usa, ma quando il loro erede Kruscev visitò il Paese vero, rimase sconvolto dal benessere della classe operaia americana. Poi arrivò Deng Xiaoping, il comunista cinese affascinato dall’economia di mercato. Ma per generazioni di giovani americani valeva l’opposto: negli anni Sessanta e Settanta i loro idoli erano Mao Zedong, Fidel Castro, Che Guevara. Bruciare le bandiere a stelle e strisce sulle piazze d’America fu il rito iniziatico con cui proclamarono che il Sogno era un’impostura.Trump fa dimenticare questo: l’antiamericanismo — anche all’interno degli Stati Uniti — era all’apice sotto presidenti progressisti come John Kennedy e Lyndon Johnson. In quanto agli europei, per molti l’America era l’unica minaccia per la pace mondiale anche ai tempi di Truman (democratico, artefice del Piano Marshall, ma «colpevole» per le atomiche su Hiroshima e Nagasaki), poi di Nixon, Reagan, Bush figlio. Un breve sussulto di solidarietà ci fu dopo l’11 settembre 2001, quando non solo il Corriere ma persino Le Monde osò intitolare un’editoriale «Siamo tutti americani». Durò poco, presto partì la contronarrazione per cui l’America «se l’era cercata», si era meritata la strage di tremila civili innocenti: una ennesima ondata di antiamericanismo, denunciata su queste colonne da Oriana Fallaci.Fra i rari episodi di lucidità sull’America c’è il Rapporto Draghi del 2024. Con dati che risalgono in certi casi agli anni Ottanta, quel dossier è centrato sull’Europa ma per diagnosticarne i problemi fa paragoni con l’andamento dell’economia statunitense. Il bilancio è impietoso, l’America ha messo a segno degli exploit stellari per innovazione, dinamismo, creazione di lavoro, aumento dei redditi. Ha distanziato l’Europa — e ha reso sempre meno probabile il famoso «sorpasso» della Cina — sotto presidenti diversissimi tra loro: Reagan, Bush padre, Clinton, Bush figlio, Obama, Trump, Biden. Ci sono fattori strutturali che fanno l’America. Le politiche dei presidenti non sono importanti quanto si crede.Il tenace negazionismo europeo si aggrappa alle caricature dell’America. Altro che Sogno: un inferno di diseguaglianze e razzismo, un Far West del capitalismo selvaggio, una nazione ignorante e incivile, dove solo i miliardari stanno bene. E naturalmente, da quando c’è il Grande Satana alla Casa Bianca, un Paese militarizzato, fascista. Oltre che colpevole di tutti i conflitti e di tutti i mali che affliggono l’umanità (anche se la guerra in Ucraina l’ha voluta Putin sotto le presidenze Obama e Biden; anche se la potenza più inquinatrice del pianeta è di gran lunga la Cina). Il Sogno è in realtà un incubo, su questo sembrano convergere i verdetti di molti europei, e di un bel pezzo di establishment progressista Usa: da Hollywood al New York Times, più quelle élite finanziarie accademiche e mondane che già nel 1970 Tom Wolfe battezzò «i radical chic».La realtà a volte sbeffeggia i nostri pregiudizi. I tifosi affluiti per i Mondiali scoprono un’America più bonaria delle descrizioni ripugnanti sentite alla partenza. Il grande esodo di americani verso il Canada o l’Europa rimane una leggenda: poche celebrity, numeri microscopici. La fuga dei cervelli, nonostante Trump, continua in senso inverso, attira sempre nella Silicon Valley i migliori talenti europei, indiani, cinesi. E se venissero allentate le restrizioni attuali sui visti, masse di aspiranti immigrati tornerebbero a premere ai confini. Votando con i piedi, a favore del Sogno.