Comunisti, comunisti, comunisti. Il nemico è sempre lo stesso, dice Donald Trump, in un avvitamento che sfida la logica: la bandiera a stelle e strisce ha già annientato la falce e il martello, però se serve lo faremo di nuovo, e non serve, però serve. Sono comunisti tutti quelli che non sono d’accordo con lui (ai lettori italiani ricorderà senz’altro qualcuno), sono un pericolo tutti quelli che gli pongono dei limiti. Nel discorso per i duecentocinquant’anni dall’indipendenza degli Stati Uniti, a contare dal 4 luglio 1776, il presidente americano non fa appello all’unità, non si preoccupa di ricordare elementi o valori comuni a tutti, non cerca intese bipartisan. Anzi: ha svuotato per tempo la commissione bipartisan per i festeggiamenti, sostituendo tutti i rappresentanti Dem con un gruppo di fedelissimi; una decina di stati governati dai democratici ha scelto di non mandare rappresentanti alla fiera del 4 luglio sul National Mall. Neanche ci prova, in realtà: il suo è più un discorso da re degli eserciti, la potenza, la gloria, la vittoria, o con noi o contro di noi e contro di noi lo sapete che finisce male, e poi i Village People al posto del Te Deum, i caccia che sorvolano, i fuochi d’artificio “più lunghi e più grandi della storia”, oltre trenta minuti, più del discorso che pure non era succinto. Tremino i nemici.