Occidente e atlantismo non coincidono in tutto e per tutto. E, nondimeno, in questo tempo storico fuori di sesto, la loro crisi procede di pari passo. E questo parallelismo racconta non soltanto dell’evaporazione – o, per lo meno, del marcato indebolimento – di tutti i punti di riferimento consolidati di questa parte di mondo, ma soprattutto di un’inquietudine che la scava dall’interno senza tuttavia che, al di fuori, si staglino soluzioni migliori, né in alcun modo idonee a rispondere davvero alle false promesse e alle disillusioni occidentali. Se l’ordinamento liberale internazionale ha mostrato svariate criticità e manchevolezze, la sedicente pax cinese e l’imperialismo russo non costituiscono certamente delle alternative. Ma il problema inedito, e gravissimo, di oggi è che la talpa che scava dentro quello che veniva definito il mondo libero per eroderne le fondamenta coincide con colui che dovrebbe esserne la guida (e il garante). Vale a dire il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, una delle cui attività principali pare proprio essere quella di denigrare e insultare i leader dei Paesi europei e i componenti dell’Alleanza atlantica. Tanto da avere trascinato in una sorta di inusitato dissing senza esclusione di colpi – a cui hanno significativamente contribuito anche i giornali d’area della destra – perfino Giorgia Meloni, colei che si proponeva (molto ambiziosamente, e troppo ambiguamente) come la pontiera fra le due sponde dell’Atlantico. Un’escalation così dura e improvvisa da avere indotto la premier italiana ad affermare che «non è Temptation Island» – come da breviario comunicativo di (sotto)cultura pop e trash tv –, ordinando ai suoi di abbassare i toni della polemica per salvare le relazioni transatlantiche, che rimangono imprescindibili, e cercare di evitare ulteriori rappresaglie.Il nodo autentico, però, è che l’atlantismo si rivela edificato su una serie di fondamenti che Trump sta incessantemente scardinando, in parte in chiave deliberatamente politica, in parte per la sua tracimante ed egotica psicologia personale che rigetta la diplomazia e il galateo istituzionale. Sotto almeno tre aspetti di fondo, il trumpismo sta mostrando un volto che appare sempre più incompatibile con l’atlantismo. Quest’ultimo si basa su radici politiche e culturali comuni fra Stati Uniti ed Europa (dal cristianesimo sociale all’illuminismo e al liberalismo) mentre il tycoon-autocrate rifiuta tutte le ideologie razionaliste della modernità. Il secondo elemento riguarda il fatto che l’atlantismo si è cementato nell’antisovietismo e nel conflitto con la Russia, mentre Trump intrattiene con Vladimir Putin un’inequivocabile «intesa cordiale». Infine, pur nell’incontrastato primato militare Usa, l’atlantismo si è sempre sviluppato secondo una logica di cooperazione e tendenziale rispetto fra i membri della Nato, che Trump programmaticamente non riconosce, imponendosi brutalmente a colpi di dazi e ritorsioni e proclamando la propria solipsistica autosufficienza (i partner sono tutti dei “servi scrocconi” che devono convertirsi in solerti maggiordomi). Ecco perché serve adesso, in maniera imprescindibile – e sperando fortemente che passino la nottata e l’età di tenebra della seconda presidenza Trump – un rafforzamento dell’Europa. E un rilancio di quell’idea illuministica senza la quale l’Occidente è destinato a perire in malo modo.