Le vittime del sisma sono quasi duemila e i dispersi decine di migliaia. Intanto i venezuelani scavano da soli tra le macerie e gli ospedali al collasso non riescono a gestire l’emergenza

I venezuelani tirano avanti come possono. Nella devastazione causata dai due terremoti ravvicinati di magnitudo 7.2 e 7.5 sulla scala Richter che il 24 giugno hanno colpito il nord del paese, la popolazione si sente abbandonata dallo stato. La rabbia convive con l’indignazione e tra le persone circola un pensiero ricorrente: “Per quanto ancora?”. Sono stati gli abitanti dei quartieri a rimuovere le macerie. C’è chi si sente in colpa perché non era insieme ai suoi cari quando la terra ha tremato, altri hanno visto i corpi dei vicini estratti dai resti degli edifici crollati. Il Venezuela non è nelle condizioni di affrontare il dramma umano e materiale che sta vivendo.

“Stiamo pagando le conseguenze della cattiva amministrazione del chavismo”, dice a Caracas Valentina Gil, riferendosi alla corruzione, all’ambiguità e al cattivo uso delle risorse durante i governi di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi. “I soldi del boom petrolifero sono spariti o sono finiti nelle mani sbagliate”.

La portata dei danni dei due terremoti ha ricordato a molti un’altra tragedia avvenuta alla fine del secolo scorso: quella di Vargas. Nel dicembre 1999 le piogge torrenziali e le alluvioni provocarono frane che travolsero case, palazzi, strade e migliaia di vite. All’epoca Hugo Chávez, in carica da poco, disse che “se la natura si oppone, la combatteremo e la costringeremo a obbedirci”. Poi gli fu rimproverata la decisione di non seguire le indicazioni della protezione civile e dichiarare lo stato di emergenza nazionale, una scelta che avrebbe potuto portare a evacuare il litorale. Altri lo criticarono per aver rifiutato gli aiuti internazionali, spinto (secondo alcuni) dal cinismo e da “stupide ragioni ideologiche”, come scrisse il geologo Gustavo Coronel sul quotidiano El Nacional riferendosi all’assistenza degli Stati Uniti.