A 6 giorni dai due terremoti di magnitudo 7,3 e 7,5 che hanno praticamente distrutto le città di La Guaira a 27 km da Caracas e Morón nello stato di Carabobo, il bilancio si aggrava di ora in ora. Le vittime accertate finora sono 1720, oltre 5000 feriti e circa 50.000 dispersi. Il numero delle persone che lamentano danni sono 6,8 milioni secondo stime Onu.
Le critiche feroci da parte di vittime e familiari all’estero, Ong e opposizione, si concentrano sulla militarizzazione dei soccorsi da parte del governo di Delcy Rodriguez, con il paradosso – secondo le denunce – di una scarsa presenza di soldati nelle zone rosse, assenza finora di macchinari pesanti con la scusante che il rumore coprirebbe le grida delle persone sepolte vive, e soprattutto per il numero risibile di marines (130 secondo media italiani) a confronto di due brigate inviate da Cuba malgrado le enormi difficoltà dell’isola. Tutto ciò nonostante il paese sia diventato un protettorato Usa, dopo il sequestro di Maduro a gennaio.
Ma i paradossi non finiscono qui: le restrizioni imposte dal ministro degli Interni Diosdado Cabello (altro sopravvissuto del governo bolivarista) ai soccorsi provenienti dall’estero, sottoposti a una routine burocratica che rallenta gli interventi, sottolineano la politicizzazione della tragedia venezuelana.












