«Nel giro di 40 secondi è crollato lo Stato», dice José Godoy, un sopravvissuto della città di Macuto, al media venezuelano Últimas Noticias. A quasi 48 ore dalla coppia di scosse che ha messo in ginocchio il paese, i morti ufficiali sono 920, i feriti più di 4mila e i dispersi oltre 50mila, ma il contatore non accenna a fermarsi e l’Onu stima 6,8 milioni di persone coinvolte. Le aree più colpite - La Guaira, Yaracuy e Caracas - sono cimiteri di polvere e cemento, mentre chi è sopravvissuto cerca con le proprie mani chi respira ancora sotto le macerie e l’Ingv segnala probabili nuovi terremoti di magnitudo 6 in arrivo.
Non è la prima volta che lo stato di La Guaira affronta una catastrofe naturale. Nel 1999, piogge torrenziali e colate di detriti uccisero migliaia di persone, ma Yaneth Paredes, seduta accanto al corpo del nipote coperto da un lenzuolo, non ha dubbi: «Non è nemmeno un quarto della tragedia di Vargas (il vecchio nome di La Guaira)», dice al quotidiano locale El Nacional. I video delle strade mostrano palazzi crollati, case squarciate e persone in cerca di acqua potabile: «Stiamo morendo di sete», afferma Larry Rojas, 49 anni. I reportage locali descrivono sfollati impauriti di rimettere piede nelle case distrutte e la maggior parte al momento vive e dorme a cielo aperto. Armati di torce elettriche e aiutati dalla luce delle sirene dei veicoli di emergenza, danno vita a dormitori improvvisati, con materassi e coperte.











