È il giorno dopo. Le prime luci dell’alba hanno svelato il volto stanco e spaesato dei superstiti. Che è metafora di tutto il Paese, devastato dal terremoto di magnitudo 7,2, con replica da 7,5 e costanti scosse minori, ma sufficienti a rivivere le paure e le angosce della prima ora. I dispersi superano i 40mila. Ma potrebbero aumentare. Pian piano la cifra si avvicina alle proiezioni del Servizio geologico statunitense, con un margine di vittime che va da 10mila a 100mila. A sua volta Caracas offre stime a ribasso: 589 morti e 2.980 feriti. E lo scorrere del tempo non aiuta, poiché fa venir meno le speranze di salvare i vivi, là dove possibile.Le voci della disperazione«Non c’è più niente da recuperare. Sono inciampato mentre uscivo dall’edificio. E mia moglie e miei due figli (9 e 5 anni rispettivamente, ndr) sono rimasti lì dentro», dice il lacrime David Villasmil, seduto davanti a quella che era la sua casa, a La Guaira, dichiarata «zona di disastro». «Speriamo – aggiunge – che la macchina degli aiuti si muova presto. Ma tutto procede a rilento e ci stiamo rassegnando». I soccorsi sono andati avanti anche nel corso della notte. Ma con molte limitazioni. «Non potevamo fare niente. Ascoltavamo le urla, ma eravamo disorientati. Così abbiamo atteso l’alba. E stiamo provando a salvare una donna, già localizzata». In alcune aree interne colpite dal sisma l’aiuto non arriva. «Non c’è neppure un’ambulanza. Qui in Carabobo l’aiuto del governo non è arrivato come si deve. Gli ospedali non bastano. E non ci sono medicine né ambulanze a sufficienza per tutti», spiega ad Avvenire Carlos, residente a Morón (Carabobo). «La terra si è aperta in due – ha raccontato –. Siamo praticamente isolati. E la strada nazionale che porta qui è piena di crepe. Attendiamo gli aiuti, ma è tutto accentrato nella capitale». Il cerchio si stringe ulteriormente a La Guaira, nella regione capitale, dove lo Stato è assente. «Qui non è arrivata neppure un'ambulanza: siamo stati abbandonati», dicono ad Avvenire alcuni vicini del quartiere Playa Grande, dove gli animi si stanno riscaldando. Altre denunce arrivano da Palos Grandes (Chacao), nel cuore di Caracas, dove la presenza dello Stato risulta comunque insufficiente. Saccheggi e disordiniÈ il bilico la governabilità stessa dei territori. I tanto temuti disordini e saccheggi sono arrivati nelle scorse ore. È successo in attività di rilievo, come Farmatodo (zona Caribe), dove gli scaffali sono stati razziati. «Hanno pure rotto una parete, prelevando snack, bibite e molto altro», ha denunciato Gabriel Aldana, residente a Caraballeda. Altri episodi si sono verificati a Catia La Mar, con razzie in negozi alimentari colpiti dal sisma. Ai disordini hanno preso parte anche alcuni agenti della Polizia bolivariana, sorpresi a portare via della merce su mezzi statali. Il tutto mentre i soccorritori cercano i vivi e i familiari piangono i loro morti. In fondo, si sa, Palazzo di Miraflores non è pronto ad affrontare questa sfida. Mancano mezzi e risorse. La tecnologia è limitata. Perciò, volontari e addetti ai lavori continuano a ricorrere a secchi e contenitori per rimuovere le macerie.I primi aiuti internazionaliIn compenso sono arrivati i primi aiuti dall’estero. In primis gli Stati Uniti, che hanno inviato elicotteri (CH-47 Chinook, aviones C-17 Globemaster, C-130 Hercules) e navi (USS Fort Lauderdale y USS Billings) per operazioni di salvataggio. È sbarcato a Caracas anche il generale maggiore dei Marines, Kelvin J. Jarrard, che – per conto di Washington – coordinerà le operazioni sul terreno. «Con velocità, precisione e capacità logistiche incomparabili gli Usa si stanno adoperando a sostegno delle operazioni di risposta», ha commentato l’incaricato di Affari Usa a Caracas John Barrett. Nelle stesse ore, il Dipartimento del Tesoro Usa ha flessibilizzato, fino al 23 ottobre, le sanzioni contro Caracas al fine di «facilitare transazioni vincolate ai lavori di soccorso». Arrivati anche aiuti e soccorritori da El Salvador, Messico, Spagna e altri dodici Paesi. Attiva anche l’unità di crisi della Farnesina, oltre all’ambasciata italiana a Caracas, che si mantengono in costante monitoraggio. Da Roma è anche partito un volo dell’Aeronautica Militare coordinato dal Dipartimento della Protezione civile, con a bordo personale sanitario e vigili del fuoco.Quale ricostruzioneAltre cifre, pubblicate dall’Assemblea nazionale venezuelana, riguardano la presenza di 2.227 famiglie colpite dall’evento sismico e almeno 250 strutture danneggiate o del tutto distrutte. Così la presidente ad interim Delcy Rodríguez parla già di ricostruzione e annuncia la creazione di un fondo iniziale di 200 milioni di dollari a tale proposito. «Sono risorse che abbiamo presso il Fondo monetario internazionale. Saranno utili per ricostruire infrastrutture, ospedali e abitazioni», ha annunciato sull’emittente statale Vtv.Fonti di Caracas anticipano ad Avvenire la necessità di stabilire regole chiare e meccanismi di controllo sull’utilizzo dei fondi, evitando la corruzione e la speculazione, che sono dietro l’angolo. Dopodiché, la ricostruzione è una cosa seria. Soprattutto in Venezuela, vittima di un intreccio letale, tra elementi geologici e urbani. Il Paese è in mezzo a due placche tettoniche: quella sudamericana e quella caraibica. E, secondo la Fondazione venezuelana di ricerca sismologica, oltre l’80% della popolazione vive in zone ad alto rischio sismico. Fragilità sottovalutate per decenni, ma che ora pesano, là dove le scosse, al momento lievi, scandiscono le ore a Caracas.