Il Venezuela, dopo più di una settimana di terrore, si trova ancora a combattere contro le conseguenze di due devastanti terremoti gemelli che hanno livellato edifici e costretto la popolazione a misure estremamente drastiche per garantire la propria sopravvivenza. Il bilancio resta drammatico, anche con tutti gli aiuti umanitari promessi dall'ONU e in fase di consegna.
La storia del sisma venezuelano, tuttavia, è anche una storia di resilienza, di lotta contro le avversità e contro le probabilità, una storia che, direttamente in faccia ai cataclismi, naturali e politici, più duri continua a urlare "para adelante es para allà". Secondo le conclusioni delle numerose ricerche di soccorso, sembrano esserci svariate persone ancora vive sotto le macerie e, in tal senso, la domanda che sorge spontanea è: com'è possibile? Ricostruiamo insieme l'accaduto e vediamo come la fisica può tornare d'aiuto anche nei casi apparentemente più disperati. Terremoto in Venezuela, un breve riepilogo l'eredità del Myanmar Il 24 giugno, come si sa, una catastrofe di proporzioni immani ha colpito il Venezuela. Un violentissimo doppio sisma, con una punta di magnitudo 7.5, ha letteralmente messo in ginocchio il Paese sudamericano, concentrando la sua furia distruttiva tra la capitale Caracas e lo Stato costiero di La Guaira. A una settimana dalle prime fortissime scosse, seguite da centinaia di spaventose repliche di assestamento che continuano a terrorizzare la popolazione, il bilancio umanitario si aggrava di ora in ora, delineando un'emergenza stimata dagli esperti dell'organizzazione umanitaria Cesvi come cinque o sei volte più grave rispetto al terremoto che ha devastato il Myanmar l'anno scorso.I dati ufficiali e le rilevazioni satellitari preliminari della Nasa tratteggiano uno scenario apocalittico: sono almeno 58.870 gli edifici danneggiati o completamente rasi al suolo dal cataclisma. Il conteggio delle vittime ha tragicamente superato quota 2.300 morti, mentre i feriti sono più di 11.000, un numero che ha fatto collassare l'intero sistema sanitario nazionale. Al porto di La Guaira le autorità sono state costrette ad allestire un maxi-obitorio di emergenza nel cortile di alcuni silos dismessi, dove si allineano centinaia di bare e sacchi mortuari mentre una folla oceanica ed esausta attende il proprio turno per il riconoscimento dei parenti.La situazione dei vivi è altrettanto drammatica. Secondo le Nazioni Unite e l'Unicef sono ben 1,8 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria immediata, tra cui circa 680.000 bambini. Più di 40.000 persone risultano ancora catalogate come disperse sotto le montagne di detriti. Gli sfollati si trovano in condizioni di estrema precarietà: l'Unhcr stima che quasi una persona su due stia attualmente dormendo all'aperto, per strada o in accampamenti di fortuna allestiti all'interno di parchi pubblici, chiese e scuole, totalmente privi dei requisiti minimi di igiene, protezione e privacy.Le storie dei sopravvissuti: l'ordalia dei soccorsi Nel mezzo di tanta distruzione, il lavoro incessante dei soccorritori ha strappato alla morte alcune vite umane, regalando storie di speranza che le autorità locali hanno definito autentici "miracoli".La prima storia è quella di Marlene, una donna di 80 anni che è riuscita a resistere per oltre 60 ore (circa due giorni e mezzo) intrappolata sotto le macerie della propria abitazione crollata. L'anziana donna è stata individuata ancora in vita grazie a un'operazione congiunta e coordinata tra gli specialisti della squadra ecuadoriana Usar Ecu-01 e i soccorritori arrivati da El Salvador. Il capo dei vigili del fuoco di Quito, Esteban Cárdenas, ha espresso profonda commozione per la riuscita dell'intervento, ricordando come salvare una vita dia il senso più profondo a tutta la loro missione sul campo.La seconda storia porta il nome di Carlos, un ragazzo di 12 anni. Nella tarda serata di lunedì, a cinque giorni dal sisma, il giovane è stato individuato e tratto in salvo nel settore costiero di Macuto, all'interno dello Stato di La Guaira. A compiere il salvataggio è stata una squadra di ricerca e soccorso ecuadoriana. Le immagini ravvisate dai vigili del fuoco di Quito e trasmesse dalla Cnn hanno mostrato i momenti concitati in cui il dodicenne, dopo ore di scavi manuali tra i detriti, è stato finalmente liberato e trasportato via in barella tra gli applausi dei presenti.La terza incredibile storia di sopravvivenza è quella del piccolo Klieber Morán, un bambino di soli 3 anni. Nelle prime ore di martedì 30 giugno, a quasi sei giorni esatti dal terremoto, il piccolo è stato estratto vivo dalle macerie dell'edificio denominato Los Corales Garden 1, sempre nella martoriata provincia di La Guaira. Il salvataggio è stato portato a termine con successo da una missione di soccorso giordana. Subito dopo l'estrazione, in una mattinata resa ancora più difficile da una fortissima pioggia notturna che ha allagato le strade, il bambino è stato preso in carico dal personale della Zona Operativa di Sucre e trasferito d'urgenza in ambulanza per ricevere le cure pediatriche necessarie.Tra i racconti di sopravvivenza che stanno facendo il giro del mondo, non sarebbe possibile tralasciare quello di Dayana Patino e del suo figlioletto Juan David, un neonato di appena 18 giorni diventato il simbolo vivente della resilienza venezuelana. Dayana si trovava nel suo appartamento all'ottavo piano di un condominio a La Guaira, intenta a lavare i piatti, quando la terra ha tremato. Istintivamente ha corso verso la culla per stringere a sé il neonato, pensando inizialmente a una scossa passeggera, ma nel giro di pochi istanti l'intero palazzo è collassato. La donna ha descritto alla Bbc la drammatica sensazione di volare nel vuoto prima di affondare tra polvere e cemento, ritrovandosi schiacciata contro alcuni mobili all'interno di una fossa profonda. Con la tempia premuta contro una roccia e la gamba sinistra completamente incastrata sotto un blocco di calcestruzzo, Dayana ha mantenuto una lucidità straordinaria: ha deciso di non sprecare preziose energie e di urlare solo nel momento in cui avesse avvertito rumori o passi nelle immediate vicinanze.Per ore, nell'oscurità totale, ha cullato il figlio e gli ha toccato continuamente il nasino per avere la conferma che respirasse ancora, traendo da quel minuscolo battito vitale la determinazione psicologica per non arrendersi. La svolta è arrivata quando ha sentito la voce di suo fratello che gridava il suo nome tra i detriti. Dayana ha risposto con tutto il fiato che le rimaneva in corpo e l'uomo le ha giurato che non si sarebbe mosso da lì finché non l'avesse tirata fuori. La promessa è stata mantenuta: la squadra di soccorso è riuscita a estrarre entrambi. La madre ha riportato serie lesioni a entrambe le gambe, mentre il piccolo Juan David, protetto dal corpo della mamma, è uscito dall'inferno di macerie con lievissime escoriazioni.Come è stato possibile sopravvivere? La fisica dietro il dolore Dal punto di vista puramente medico e biologico, la sopravvivenza di un essere umano per cinque o sei giorni sotto le macerie, specialmente se si tratta di soggetti vulnerabili come un bambino di tre anni o un'anziana di ottanta, confina con i limiti della resistenza fisiologica. Esistono tuttavia precise variabili fisiche e biologiche che spiegano come il corpo umano possa superare indenne la rigida "regola del tre", che generalmente fissa a un massimo di tre giorni la sopravvivenza in totale assenza di acqua.Il primo fattore determinante è di natura meccanica ed è legato alla geometria del crollo: la formazione delle cosiddette tasche d'aria, o anche spazi di sopravvivenza. Quando un edificio collassa, la caduta dei pilastri, dei mobili robusti o delle solette in cemento può disporsi in modo tale da creare micro-intercapedini protette. Se la persona viene sorpresa in uno di questi spazi vuoti, evita il trauma fatale da schiacciamento diretto e la compressione degli organi vitali, scongiurando quindi la temibile sindrome da schiacciamento, che rilascia tossine letali nel sangue non appena la pressione sui muscoli viene allentata in maniera definitiva.Il secondo fattore cruciale è legato alle condizioni microclimatiche del sottosuolo e al metabolismo. All'interno di una cavità sotterranea completamente isolata dalla luce solare diretta, la temperatura si mantiene generalmente più bassa e costante rispetto all'esterno, ovviamente. Questo freddo relativo riduce drasticamente la sudorazione dell'organismo, che tenta di preservarsi. Nel caso specifico del Venezuela, la fortissima pioggia notturna che si è abbattuta su Caracas e La Guaira ha giocato un ruolo sicuramente molto ambivalente, ma anche parecchio decisivo: se da un lato ha complicato il lavoro dei soccorritori, ora costretti a cercare anche con la fatica aggiunta della fanghiglia, dall'altro ha drasticamente innalzato il livello di umidità relativa all'interno delle macerie, consentendo quindi alle vittime di mantenere le forze necessarie per sopravvivere. L'aria estremamente umida, e in alcuni casi il filtraggio di micro-gocce d'acqua attraverso le fessure dei detriti, ha permesso ai sopravvissuti di inalare aria fresca, riducendo l'evaporazione polmonare e rallentando il processo fatale di disidratazione renale.Infine, entra in gioco la risposta neuro-endocrina allo stress e alla privazione. In condizioni di totale isolamento e oscurità, il corpo umano può scivolare in uno stato di ipometabolismo indotto dallo shock. Nei bambini piccoli la superficie corporea ridotta limita la dispersione calorica se l'ambiente è protetto, e l'istinto di sopravvivenza, unito a una temporanea riduzione dell'attività motoria dovuta all'impossibilità di muoversi, riduce al minimo il consumo di ossigeno e il dispendio energetico basale, prolungando la resistenza dei tessuti fino all'arrivo dei soccorsi.















