Alla vigilia del Summit di Ankara (7-8 luglio), l’Osservatorio di Politica Internazionale pubblica un approfondimento, curato dal Centro Studi Geopolitica.info, sul salto di qualità che la Nato è chiamata a compiere. Non più soltanto spendere di più, ma farsi carico della sicurezza del continente. L’analisi di Gabriele Natalizia
“I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’intero ordine mondiale, come Atlante, sono finiti”. La metafora con cui l’amministrazione Trump, nella National Security Strategy (NSS), ribadisce la centralità della ripartizione degli oneri tra alleati vale più di uno slogan. Suona piuttosto come il congedo da un’epoca. Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, Washington non chiede più soltanto agli alleati europei di pagare di più. Chiede loro di farsi carico di una quota crescente della sicurezza del continente.
Per capire la posta in gioco conviene ricostruire il decennio appena trascorso. Dal 2014 al 2025 la richiesta americana agli alleati della Nato è stata quella del burden sharing, ossia la condivisione degli oneri della sicurezza declinata secondo ‘tre C’: spendere di più per la difesa (cash), investire di più nello sviluppo di capacità avanzate (capabilities) e mettere maggiormente a disposizione della sicurezza comune le proprie risorse (contributions). Al vertice del Galles del 2014 gli alleati si erano impegnati a destinarvi il 2% del PIL entro un decennio. Era la logica delle ‘tre C’, ma – secondo quanto lamentava in maniera lungimirante l’Italia – l’accento risultava posto quasi ossessivamente sulle prime due. Al Summit tenuto a L’Aia nel 2025 questa soglia è stata raggiunta e, contestualmente, alzata, con il nuovo Defence Investment Pledge che fissa il rapporto tra Pil e spesa per la difesa al 5% entro il 2035.















