Se dovessi fare un ritratto di mio padre, partirei da un verbo: raccontare. È la sua eredità più preziosa. Ha raccontato per tutta la vita: come giornalista, uomo di cultura, osservatore instancabile della sua città. Ma soprattutto come Miki. Amava raccontare di sé e, visceralmente, raccontare Bari: una creatura viva, contraddittoria, meravigliosa e crudele, da amare e criticare con la stessa intensità.
Dopo la sua scomparsa siamo stati travolti da messaggi, articoli, telefonate. Colleghi, artisti, amici e cittadini hanno voluto ricordarlo e per questo sento il bisogno di dire grazie: a chi lo ha amato davvero, chi lo ha conosciuto per l'uomo che era, chi oggi ne riconosce il valore.Ma se scelgo di raccontarlo, devo farlo fino in fondo. Non voglio trasformarlo in un santo né addomesticarne il ricordo, perché il modo più onesto di amarlo è dire la verità intera.
Mio padre era un uomo straordinario e difficilissimo.Geniale. Magnetico. Colto. Brillante. Egocentrico. Ridurre tutto a questo, però, sarebbe una menzogna quanto idealizzarlo, perché una delle sue qualità più rare era la generosità. Non quella della cura – da figlia so quanto gli mancasse – ma quella della visione.
Aveva un talento speciale nel riconoscere il potenziale degli altri. Amava scoprire persone, incoraggiarle, creare connessioni, far circolare possibilità. Se dovessi spiegare chi era Miki in una frase: aveva una capacità enorme di trasmettere intensità, ma quasi nessuna di contenere responsabilità. L'intensità era il suo dono, accanto a lui ti sentivi vivo: sapeva accendere una stanza, entusiasmare, affascinare, far percepire la vita come qualcosa di grande, eccitante. Urgente. Con lui si viveva a 200 all'ora, col tettuccio abbassato e la musica alta. Ma la responsabilità richiede anche presenza, cura, rinuncia e capacità di costruire un domani.








