«Livio Berruti era un amico di mio padre, si incontravano spesso in occasione di competizioni sportive. Una volta venne qui in studio e mio padre decise di dipingere in suo onore». Paola Gribaudo, edtrice e figlia del celebre artista torinese Ezio, da quello che fu lo studio (e ora archivio) del padre, sulla precollina, in Gran Madre, racconta l’opera dedicata al velocista oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960, morto il 9 agosto. Cosa rappresenta l’opera realizzata da suo padre?«È un omaggio al corridore, dipinto nel 2010. Nel quadro le ombre dell’uomo che corre si sdoppiano, ma tutte raffigurano Berruti in movimento. Sicuramente vuole rappresentare quella finale di Roma, per fissare nel tempo la vittoria. Mio padre era affascinato dal movimento. Lo testimonia anche il cavallo che compare davanti al velocista. Proprio il cavallo è stato un protagonista di tante sue opere, sin dagli Anni 50. Per lui rappresentava la leggerezza del galoppo al vento. Mio padre era uno spirito libero. Ma quel cavallo rappresenta anche la velocità di Berruti, che ha fatto sognare l’Italia e Torino vincendo le Olimpiadi». E la tartaruga, invece?«La tartaruga che compare in basso a sinistra è un collage, fatto di iuta e incollato sulla tela. Corre al contrario rispetto a Berruti: è l’antitesi della velocità. È lì come a dire: “Io sono lenta”. È un elemento che controbilancia la scena, un soggetto particolare e diverso. Senza la tartaruga, l’opera sarebbe forse rimasta troppo classica, accademica». Che rapporto aveva suo padre con Berruti?«Erano amici, credo si conoscessero da molti anni. Non posso dire che si frequentassero, ma spesso si incontravano. Era un rapporto cordiale. Per lui realizzò quest’opera perché era solito omaggiare personalità storiche: dai papi, agli artisti e agli atleti. Era un modo per fissare sulla tela i momenti storici che lo colpivano». E con lo sport?«Aveva un rapporto profondo. Nel 1970 realizzò le medaglie per le Universiadi, esposte anche recentemente all’Archivio di Stato. Era molto appassionato di calcio ed era gran tifoso del Torino. Ammirava e seguiva molto anche il ciclismo, le grandi imprese di Fausto Coppi e Gino Bartali. Seguiva poi spesso l’atletica, ciò che lo attraeva era il fatto che gli atleti dovessero superare un limite, arrivare a un record e polverizzarlo. Facendo tutto da soli, proprio come nel 1960 aveva fatto Livio Berruti». Pensate di esporre il quadro al pubblico?«Quest’opera recentemente ha fatto parte di due mostre molto importanti. La prima volta nel 2024, è stata presentata all’Istituto italiano di cultura di Parigi, in occasione dei Giochi olimpici. In seguito, al museo Mart di Rovereto, nel contesto della mostra “Le sfide del corpo”, questa volta per le recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. All’inaugurazione dell’impianto per l’atletica al parco Ruffini che verrà intitolato a Livio Berruti, io e la mia famiglia saremmo molto contenti di presentarla nuovamente. Così come in qualsiasi altra occasione in cui si celebri il campione. In ogni caso, l’opera è sempre visibile qui nell’Archivio di Ezio Gribaudo. In più, potremmo anche decidere di produrne una tiratura di stampe limitata, come faceva mio padre per le opere a lui più care».