Livio Berruti è stato il campione con il sorriso. Un sorriso pieno di un orgoglio mai troppo sbandierato, ma pure di ironia e persino un filo di malizia. Del tipo: dai, non fatela troppo lunga. Il sorriso di un uomo normale nel senso più bello del termine, autore di un’impresa straordinaria. Una combinazione di aggettivi che il vocabolario mette spesso contro, ma che nel suo caso si diedero la mano.

Nelle volate del campione scomparso domenica 9 agosto all’età di 87 anni non c’erano le ombre dell’ossessione e del risultato a tutti i costi. Anche se lui vinse, eccome se vinse. La gara più importante, quella dei sogni.

Addio a Livio Berruti, il campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960

La sua medaglia d’oro nei 200 ai Giochi di Roma del 1960, l’Olimpiade dal volto umano, fu l’esatto confine tra diverse epoche, sportive e non: il respiro della guerra si allontanava, l’era della tecnologia e dell’escalation affaristica dello sport non era ancora così vicina.

Certo il mondo era spaccato a metà, ma il muro di Berlino sarebbe arrivato solo l’anno dopo e le Germanie, Est e Ovest, gareggiavano nella stessa squadra. Il “derby” dei servizi segreti tra Cia e KGB somigliava in quei giorni a una sfida folcloristica come in qualche modo dimostrò il tentativo (fallito) di un velocista statunitense, David Sime, di ingaggiare come spia un saltatore sovietico, Igor Ter Ovanesian, in una trattoria di via Merulana.