Roma, 9 agosto 2026 – Il mio amico Livio Berruti, spentosi ieri a 87 anni, è stato molto più di un campione olimpico sui 200 metri a Roma nel 1960. È stato molto più del predecessore del grandissimo Pietro Mennea, che ne imitò l’impresa due decenni dopo sulla pista dei Giochi di Mosca, nel 1980. No. Questo gentiluomo torinese è stato il simbolo dell’Italia che ricominciava a sognare, che si rimetteva in piedi, che riscopriva finalmente e felicemente la voglia di sperare. Quella volata di Livio sul rettilineo di Roma il 3 settembre del 1960 ebbe da subito un significato iconico. Era una profezia che si auto avverava. 15 anni dopo lo sfascio della guerra fascista, un azzurro nato e cresciuto in una dignitosa umiltà era capace di battere i migliori velocisti del pianeta, i neri americani come gli asiatici e gli altri avversari europei.
L'atleta Livio Berruti vince nella finale dei 200 metri alle Olimpiadi del 1960 a Roma
Non fu solo una vittoria. Fu la dichiarazione di rinascita di un intero popolo. Ci si mise anche l’immaginazione, tramutata in realtà: se andate a riguardarvi il filmato di quella corsa, noterete come un gruppo di bianche colombe si alzi in volo proprio mentre Berruti stacca in maniera decisiva i suoi avversari. Una scena che commosse la generazione dei nostri antenati, idealmente riuniti in un momento di gioia collettiva. Roma 1960, al netto di ogni retorica, fu poesia pura. Non a caso accanto Livio Berruti si consacrò un pugile esule dell’Istria martoriata, Nino Benvenuti, mentre per la prima volta il mondo sentiva parlare di un certo Cassius Clay, l’eroe del ring che con il nome di Mohamned Ali ci avrebbe aiutato a comprendere, una volta ancora, che lo sport è molto più di una medaglia o di un risultato Livio Berruti, in occasione del suo 80esimo compleanno, festeggiato dalla Polizia e da tutto il gruppo sportivo Fiamme Oro










