L’ultimo scorcio del mese di giugno – in particolare, la giornata di lunedì 29, destinata a essere archiviata come la più calda mai registrata in questo periodo dell’anno – ha mostrato cosa succede, da un capo all’altro del Paese, quando le temperature restano ostinatamente elevate: si mette a rischio la tenuta stessa della nostra infrastruttura energetica.
Emergenza caldo
Mentre fuori è un caldo da morire (e c’è chi muore davvero, come il bracciante marocchino deceduto nel Mantovano, lunedì, mentre era impegnato nella raccolta delle angurie), dentro – dagli uffici ai musei, dai negozi alle residenze per anziani, fino alle abitazioni private – si fa un uso massiccio di aria condizionata. Risultato: Terna ha certificato un +4,4% di domanda di elettricità in sette giorni e un picco di consumi elettrici giornalieri, pari a 58,21 gigawatt, proprio nel pomeriggio di lunedì, alle 16.30. È il dato più alto di tutto il 2026.
Non siamo ancora al massimo storico (60,5 gw a luglio 2015), ma tanto è bastato per mandare in tilt l’intera rete elettrica nazionale, con disservizi e blackout susseguitisi lungo la penisola. Solo nello scorso weekend si sono registrati cali di tensione e interruzioni di corrente in città come Torino e Bergamo, oltre ad alcuni comuni dell’hinterland milanese. Disagi anche in Brianza e a Pavia, a Jesolo e nel Comasco, fino a Pescara, dove l’assenza di corrente ha bloccato gli impianti di depurazione delle acque fognarie. A Napoli blackout ripetuti, dovuti a cavi surriscaldati nel sottosuolo, hanno lasciato senza energia elettrica migliaia di cittadini e costretto l’Università Federico II a disporre lo smart working per i dipendenti che lavorano nelle sedi del centro storico.













