“Il Consiglio superiore della magistratura cancella la mafia al nord”. Sono giorni che alcuni quotidiani, alimentati anche da interventi di certi magistrati e di associazioni come Libera, danno risalto a questo allarme. Si tratta, però, di una bufala, come evidenzia al Foglio Roberto Fontana, componente togato del Csm. “La polemica è del tutto infondata. Il Csm, con la delibera adottata dal plenum l’11 giugno, non ha inteso elaborare una mappa della presenza mafiosa in Italia, ma individuare gli uffici per una corretta applicazione del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria”. Nella delibera in questione, le procure di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno vengono individuate come uffici situati in zone ad alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso, sulla base di alcuni dati specifici, come quelli contenuti nelle relazioni della Direzione investigativa antimafia e della Direzione nazionale antimafia, nella banca dati Sidda/Sidna (dove confluiscono gli atti dei procedimenti in materia di criminalità organizzata), il numero di detenuti sottoposti al regime di 41-bis, le statistiche sugli scioglimenti di enti locali per infiltrazione mafiosa. Ciò che contestano alcuni, come la procuratrice generale di Torino Lucia Musti e i quotidiani forcaioli, è l’esclusione da questo elenco di procure del nord, come quelle di Torino, Milano, Bologna e Venezia. Ciò che si afferma è che la criminalità organizzata è presente anche in queste aree, seppur in forme diverse, meno tradizionali ma più legate ad esempio al condizionamento della pubblica amministrazione e dell’attività economica. Il punto, però, come spiega il consigliere Fontana, è che il fine della delibera del Csm non è affatto mappare le aree ad alta densità mafiosa in Italia: poiché chi ha svolto attività presso le Direzioni distrettuali antimafia gode di un “vantaggio” nelle procedure di nomina per incarichi apicali nelle procure (come procuratore aggiunto o procuratore) rispetto agli altri candidati, va necessariamente selezionato un elenco di uffici ai quali applicare questa premialità. “Il tema è: in quali uffici in Italia dobbiamo ritenere che il futuro procuratore debba aver svolto necessariamente attività di contrasto alla mafia, e quindi, tra più candidati, nella procedura di nomina è idoneo a passare davanti agli altri?”, ragiona Fontana. “Certamente la procura di Milano si occupa di contrasto alla criminalità organizzata, ma non si può sostenere che l’attività della Dda è assorbente rispetto all’attività complessiva dell’ufficio. Ci sono altri settori che hanno una rilevanza numerica e di impegno altrettanto importante. Diverso è il discorso, per esempio, a Reggio Calabria, dove il procuratore si dedica essenzialmente ai reati di competenza della Dda”, spiega il consigliere.Insomma, prosegue Fontana, “non dico che a Milano o a Bologna il procuratore non debba avere esperienza antimafia, ma questa non è indispensabile, perché in quelle sedi il contrasto alla criminalità organizzata è una delle tante attività specialistiche, ma non certo l’unica e la più rilevante”.Poiché si dà un vantaggio competitivo a chi ha svolto attività di contrasto alla mafia, è naturale individuare un elenco limitato di uffici di destinazione. In caso contrario, nota comprensibilmente Fontana, “tutti i magistrati vorrebbero essere assegnati alle Dda, perché queste diventerebbero il passepartout per occupare tutti i posti direttivi e semidirettivi degli uffici requirenti. E questo è assolutamente irragionevole. Non occorre neanche richiamare la polemica sui professionisti dell’antimafia”.Non si può dire di certo che la risposta alle polemiche delle ultime settimane provenga da un magistrato ancorato a un’idea antiquata della mafia: “In Csm – racconta Fontana – mi sono battuto affinché nella circolare sulle procure si prevedesse che una quota di posti nelle Dda fosse riservata a pm con specializzazioni in materia economico-finanziaria, anche senza esperienza di contrasto alla mafia, proprio per favorire un ammodernamento delle Dda rispetto ai connotati assunti oggi dal fenomeno mafioso”.Dopo aver riportato la discussione sui giusti binari, il consigliere Fontana avanza comunque una proposta: “Sostituirei il criterio dell’alta densità mafiosa con un parametro che evidenzi la netta prevalenza delle attività della Dda sul complesso delle attività dell’ufficio requirente. In questo modo si eviterebbe qualsiasi fraintendimento o strumentalizzazione dell’attività del Csm”.