Il Csm “dimentica” le mafie al Nord? O meglio, le sottovaluta? Domanda provocatoria, che però centra il cuore di una polemica che in questi giorni sta riguardando l’organo di autogoverno della magistratura. Che lo scorso 11 giugno ha approvato una delibera con cui ha individuato le procure distrettuali che operano in aree ad alta densità di criminalità organizzata. E sono tutte a Sud di Roma. Oltre alla procura capitolina, le altre città sono: Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno.Designazione che si è basata su criteri “rigorosi”, spiega il Csm, a partire dagli ultimi documenti prodotti dalla Direzione investigativa antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia. Per Libera contro le mafie - che oggi (18 giugno) ha protestato in diverse città italiane - la delibera “non tiene conto che la geografia delle mafie è cambiata e di conseguenza anche gli strumenti di osservazione devono evolversi. Negli ultimi decenni, la presenza delle organizzazioni mafiose ha assunto forme sempre più articolate e diffuse. Le mafie contemporanee non si manifestano esclusivamente attraverso episodi di violenza evidente, ma operano anche mediante infiltrazioni economiche, riciclaggio, condizionamento del tessuto imprenditoriale e relazioni opache capaci di incidere profondamente sulla vita dei territori”.La delibera del Csm - che non nega affatto la presenza delle mafie al Nord, tutt’altro - ha un impatto sui criteri di selezione dei procuratori aggiunti. Che, se hanno lavorato in Direzioni distrettuali antimafia, avranno un punteggio in più solo per quelle procure designate come ad alta densità di criminalità organizzata. E, quindi, in quelle città del Sud sopra elencate.Ma mancano tanti Comuni ad alta presenza mafiosa, attestata ormai da innumerevoli sentenze passate in giudicato: Milano su tutte (basti pensare per esempio al processo Hydra, ancora in corso) ma anche Bologna, Torino, Firenze, Venezia, Reggio Emilia. Anche il procuratore generale del Piemonte, Lucia Musti, si è unito al coro di proteste intorno alla delibera del Csm, che “sembra non avere tenuto nel dovuto conto “i risultati delle indagini e dei processi sulla forte presenza della criminalità organizzata nel Nord Italia”.Libera dà alcuni dati. Nel Nord Italia, per esempio, nel 2025 sono stati registrati 68.842 reati spia (il 42% del totale nazionale) - quei reati non “mafiosi” di per sé ma che possono costituire un segnale indiretto della presenza o dell’infiltrazione della criminalità organizzata -, 308 gli indagati per corruzione e concussione, il 27% del dato italiano.Altri numeri li restituisce l’ultimo rapporto della Dia, riferito al 2024. Che innanzitutto non definisce più il settentrione come “area di infiltrazione” ma di stabile radicamento delle mafie, a partire dalla ‘ndrangheta. E ancora. Per esempio, è utile guardare le interdittive antimafia. In Lombardia nel 2024 ce ne sono state 50, 109 in Emilia-Romagna (la terza regione in Italia dopo Campania e Sicilia), in Piemonte 27. Il tessuto economico, poi, non è esente da pericoli di infiltrazione: per esempio, secondo la Dia solo in Lombardia esistono oltre 5 mila imprese a rischio.Il Csm ha spiegato che il criterio per definire “ad alta densità mafiosa” un determinato distretto “non può essere ricondotto né alla mera presenza di procedimenti per delitti di criminalità organizzata, né alla sola emersione di singoli episodi di infiltrazione mafiosa, richiedendo invece la convergenza di elementi significativi e stabili, idonei a dimostrare un radicamento strutturale del fenomeno mafioso, una sua diffusione territoriale non occasionale e una concreta capacità di condizionamento dell’economia, della pubblica amministrazione e della vita istituzionale locale”.