Il dibattito sulla diffusione delle mafie in Italia si è riacceso a seguito della delibera con la quale il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’individuare le aree ad alta densità mafiosa, vi ha incluso solo i territori tradizionali del Mezzogiorno (con l’eccezione di Roma). Il problema va oltre la finalità specifica della delibera, riguardante le nomine ai vertici delle Procure distrettuali, in quanto rivela una concezione del fenomeno mafioso ferma ad un’altra epoca storica, incapace di cogliere la metamorfosi profonda che il fenomeno ha conosciuto negli ultimi decenni. L’idea che la presenza mafiosa possa essere misurata principalmente sulla base del radicamento storico delle organizzazioni criminali in determinati territori, ripropone una fotografia che appartiene ormai al secolo scorso.

Non si può identificare la mafia solo con il controllo militare del territorio, con le faide, con l’intimidazione visibile e con il dominio esercitato nelle regioni d’origine.

Le mafie contemporanee sono diventate altro, o meglio, sono anche altro.

Da anni magistrati, studiosi, commissioni parlamentari e rapporti investigativi descrivono organizzazioni criminali che investono, riciclano, corrompono, condizionano appalti, penetrano nell’economia legale e nei mercati finanziari. Oggi la loro forza risiede non soltanto nella capacità di intimidire, ma anche, e soprattutto, nella capacità di mimetizzarsi e condizionare l’economia, di stringere relazioni con centri di potere finanziario, con professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, vale a dire con i cosiddetti colletti bianchi. Perciò, continuare a considerare ad alta densità mafiosa solamente i territori nei quali la criminalità organizzata è nata storicamente, significa ignorare i luoghi nei quali le mafie realizzano una parte decisiva dei propri profitti.