Il dibattito sulle strategie di contrasto alla criminalità organizzata scuote i vertici del Consiglio Superiore della Magistratura, portando in primo piano il nodo cruciale dell’espansione mafiosa nelle regioni settentrionali. Il consigliere laico Ernesto Carbone ha depositato una formale richiesta di apertura pratica per sollecitare un’immediata correzione del testo della delibera approvata dalla Quinta commissione lo scorso 11 giugno. L’obiettivo dell’iniziativa è colmare una lacuna giudicata grave, includendo a pieno titolo fra le procure distrettuali operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso anche gli uffici giudiziari del Nord Italia. Secondo Carbone, la scelta di perimetrare il fenomeno solo all’interno delle tradizionali zone del Mezzogiorno non rispecchia l’attuale mappa del potere criminale in Italia.
L’atto d’accusa: la pericolosità delle mafie nel tessuto economico del Nord
La tesi del consigliere laico si fonda sulla metamorfosi delle organizzazioni criminali, diventate capaci di mimetizzarsi e di colonizzare le aree più produttive del Paese attraverso canali finanziari e commerciali apparentemente leciti.
”Non includere le procure del Nord Italia fra quelle operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso rappresenta un errore macroscopico e un totale travisamento della realtà oggettiva – scrive Ernesto Carbone – questo è inammissibile da parte dell’Organo di rilevanza costituzionale che rappresenta e governa la Magistratura. Con tale determinazione, infatti, viene trascurata e travisata l’evoluzione del fenomeno mafioso in Italia. La criminalità organizzata nelle regioni del Nord esiste e, per certi aspetti, è molto più pericolosa delle tradizionali forme di manifestazione tipiche del Mezzogiorno, in quanto subdola e insinuata nelle maglie del sistema economico-imprenditoriale che sorregge il nostro Paese”.














