Un procuratore antimafia vale più dei suoi colleghi? La domanda non è nuova e già in passato il Csm ci è inciampato sopra. Adesso è tornata di moda per una delibera che ha modificato il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria indicando una serie di procure che operano in aree ad «alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso». Il provvedimento, sulla carta, servirebbe a valorizzare le esperienze in antimafia dei magistrati che aspirano a determinati incarichi direttivi o semidirettivi. Significa che quando si apre la partita per una nomina a capo di una procura in una zona in cui i reati di mafia sono preponderanti, chi ha già lavorato in una dda parte avanti agli altri.
LA POLEMICA è scoppiata per il fatto che le aree individuate dal Csm sono tutte del Sud: Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. «Così si cancella l’esistenza della mafia al nord», è dunque diventato il ritornello più ripetuto negli ambienti dell’antimafia non solo giudiziaria. Articoli, appelli, interviste a testimoniare la grande preoccupazione per il fatto che il consiglio superiore avrebbe riscritto la storia della criminalità organizzata in Italia e l’avrebbe confinata esclusivamente nel Mezzogiorno quando decine di inchieste dicono che ormai le infiltrazioni sono presenti anche – forse soprattutto – al Nord. Sull’onda di tutto questo, il consigliere laico del Pd Ernesto Carbone ha presentato una pratica per riportare la discussione in commissione. Proteste sono arrivate anche dalle laiche di destra Claudia Eccher e Isabella Bertolini, che chiedono il ritiro della delibera











