Da studente a Pisa, nel 1959, presi una decisione improvvisa e triplice: diventare storico, occuparmi dei processi per stregoneria nell’Europa della prima età moderna e concentrarmi sugli atteggiamenti, le credenze e le voci delle donne e degli uomini accusati di stregoneria. Quest’ultima decisione (insolita per uno storico di quel tempo) aveva alcune implicazioni biografiche di cui non mi resi conto per molti anni: i miei ricordi di bambino ebreo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ero invece pienamente consapevole del mio debito intellettuale nei confronti dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, scritti nelle prigioni fasciste. Ero rimasto particolarmente colpito dalle osservazioni di Gramsci sulla «cultura delle classi subalterne». Ma il mio ingenuo progetto di affrontare i processi per stregoneria come una rozza forma di lotta di classe era anche un aggiornamento deliberato della visione romantica che Jules Michelet aveva della «Strega» come simbolo di rivolta sociale.
Un documento del 1519, che trovai nei fascicoli dell’Inquisizione conservati all’Archivio di Stato di Modena, sembrava fornire sostegno alla mia ipotesi iniziale: riguardava il processo contro una contadina, Chiara Signorini, accusata di aver lanciato un sortilegio contro la sua padrona di casa, che l’aveva sfrattata. La scoperta di quel documento mi lasciò una sensazione di delusione: se la mia ipotesi poteva essere dimostrata così facilmente, doveva esserci in essa qualcosa di sbagliato. Nel saggio (il primo che abbia mai pubblicato) dedicato a quel processo, indicai infine una questione più ampia, ovvero lo scontro culturale tra l’inquisitore e la donna contadina. (Michelet era scomparso, ma Gramsci era ancora lì.)






