Nel 2010 andai negli Stati Uniti per seguire un programma di studio su temi che allora sembravano fantascienza. Ero direttore del Tempo, ma molti mesi prima avevo preso quell’impegno e non vi rinunciai. E fu una scelta giusta, perché le direzioni passano, ma il sapere e quell’esperienza unica restano. In California, nel cuore della Silicon Valley, a Singolarity University, in un campus di ricerca della Nasa, misi schiuse un mondo nuovo che sarebbe diventato quel nuovo mondo che oggi è il primo punto nell’agenda pubblica. Tra la colonizzazione spaziale, la progettazione di robot con capacità super-umane, una discussione su espansione tecnologica e linguaggio che intitolai «Ci salveranno Dante e Philip K. Dick», il filo conduttore mi apparve chiaro: il superamento dei limiti biologici dell’Homo Sapiens, l’ingresso nell’era del Transumanesimo. La cronaca parla da sola, 15 anni dopo, stiamo galoppando in quella dimensione.
Quando ho letto la notizia del cambio di sesso a 13 anni autorizzato da un giudice, mi è tornato in mente quel programma di trasformazione che comincia con il corpo e si estende fino alla nostra vita digitale e, con un’associazione di idee che può apparire strana, mi è venuto in mente anche il caso della famiglia nel bosco. C’è un filo rosso, perché il tentativo è sempre quello di riprogrammare e ingegnerizzare la vita delle persone, superare i confini dell’uomo per plasmarne un altro, cambiandone il sesso, educandolo secondo un canone che non ammette alcuna divergenza, separandolo dal suo destino biologico e affettivo.







