“Il mio primo ricordo è di quando avevo due o tre anni: un nostro parente, che era fotografo, cercava di far sedere me e mia sorella gemella per poterci immortalare. Ma noi pensavamo che la cosa fosse molto divertente e quindi continuavamo a saltare avanti e indietro, e a far cadere la sedia, e correvamo in altre stanze e ridevamo. Il mio primo ricordo è noi due che ridiamo. Eppure la nostra infanzia è stata molto difficile, fin dai primi istanti. Eravamo nati pesando meno di un chilo ciascuno, i medici per salvarci la vita dovettero correre in una vicina base aerea per rimediare una specie di farmaco sperimentale che non era stato ancora usato da nessuna parte. Andò bene ma sfortunatamente l’ossigeno di una incubatrice si guastò e mia sorella divenne cieca. Eravamo nati a Denver, in Colorado, la città di mio padre. Mia madre era nata a El Paso, in Texas nel 1911, prima che le donne avessero il diritto di voto. Quasi subito ci trasferimmo a Chicago e sono cresciuto in un quartiere della classe operaia in cui gli uomini lavoravano nei magazzini o nelle acciaierie; ed io, che sono sempre andato in una scuola pubblica, mi sono reso conto presto che c'era una differenza tra la classe operaia e la classe media. Ho cominciato ad inquadrare come funzionava il mondo molto presto”.
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L’ economista americano che prova a unire tecnologie e natura: «I danni del cambiamento climatico non hanno confini. Il nostro è il Pianeta Acqua, dovremmo cambiargli nome». La lectio magistralis alla Venice Climate Week e la presentazione del nuovo libro «Planet Aqua»







