«Da quando avevo 17 anni andavo ogni venerdì alle lezioni di sceneggiatura di Leo Benvenuti. Poi mi sono iscritto all’università, a Scienze Politiche, avevo paura di dire a mio padre che mi interessava tutt’altro. Ho preso tutti 30 il primo trimestre, lui mi ha detto “Non sei contento?”. Gli ho risposto di no, che andavo all’università per compiacerlo, e anche perché sapevo che la cultura è importante... così ho cambiato facoltà e mi sono iscritto a Lettere indirizzo spettacolo. Mio padre era convinto che sarebbe stato un fuoco di paglia, invece mi sono messo in discussione, ho deciso di espormi al giudizio degli altri».
In questi giorni Gabriele Mainetti, romano, classe 1976, guida la giuria del Trieste Science + Fiction, è immerso nel territorio fantastico che ama e ha ispirato il suo successo più grande, Lo chiamavano Jeeg Robot uscito 10 anni fa, ma sta anche pensando al suo prossimo film: «L’ho scritto con Stefano Bises e Davide Serino, gli stessi della Città proibita. Non ha senso parlarne ora, è ambizioso, spero di metterlo in piedi».
Il successo travolgente agli inizi può rivelarsi un boomerang?
«Allora la cosa più difficile era farsi ascoltare dai produttori, nessuno ci credeva. Durante le riprese ho continuato a dire a me stesso che dovevo farlo bene. Poi, quando è arrivato quel successo incredibile, mi sono sentito destabilizzato, ho trovato un’eccessiva indulgenza. Mi sembrava che ci fosse perfino troppo entusiasmo, ho sofferto di sindrome dell’impostore».







