Già in due scritti giovanili, pubblicati nel 1961 e nel 1963, che costituiscono oggi una rarità bibliografica, era chiara la passione di Carlo Ginzburg – estesa fino alle ultime «letture oblique» del 2026 – per una storia capace di restituire centralità e voce alle classi subalterne: nel primo testo, intitolato Stregoneria e pietà popolare, considerava le fonti dei processi inquisitoriali custodite nell’archivio di Modena e studiava la dialettica tra giudici e indagati, specie in riferimento all’uso della tortura, segnalando «una sorta di compromesso tra gli imputati e il giudice»; nel secondo scritto, una recensione a La terra del rimorso di De Martino, definiva troppo «dogmatica» la critica che l’etnologo aveva rivolto alla tesi delle «due storie» (quella delle élites e l’altra dei subalterni) di Giuseppe Pitré.

Il primo risultato di quelle ricerche arrivò nel 1966, con un libro straordinario, I benandanti, dedicato alla stregoneria e ai culti agrari tra Cinquecento e Seicento, nel quale, attraverso lo studio degli archivi friulani, Ginzburg tentava di determinare uno strato originario della «mentalità contadina», «un nucleo – scrisse – di credenze popolari»; e cercava di ricostruire il processo di «assimilazione» che aveva portato quel sistema di credenze a sparire, attraverso i processi di stregoneria.