Bologna, 17 giugno 2026 – Arrivò fino a Udine in quell’Italia che iniziava solo ad assaporare il boom economico. Ma Carlo Ginzburg volse lo sguardo sulle carte dell’Archivio arcivescovile della città friulana e iniziò a guardarsi indietro. Arrivò fino agli anni dell’Inquisizione e in quell’archivio scoprì gli interrogatori di questi membri di un culto pagano tra il XVI e il XVII secolo che in friulano si chiamavano benandants. Chi erano i benendants o benandanti perché il fenomeno si sviluppava già dall’Alsazia fino ad arrivare all’attuale Nordest italiano? Erano vagabondi – forse il termine rende più che altro l’idea – che teorizzavano un culto sciamanico sulla fertilità della terra. Qualcosa che molti anni dopo avrebbe assomigliato alle teorie sull’agricoltura biodinamica . Così nel 1966 – sessant’anni esatti fa – Ginzburg pubblica il suo libro ‘I benandanti’, un manifesto di quella microstoria di cui lui verrà (giustamente) considerato un eminente padre.

Quel libro che è in fondo un saggio finisce tra le mani di Giorgio Manganelli. Che lo legge e lo recensisce e nel recensirlo ha parole bellissime che hanno traiettorie inaspettate (un po’ come erano proprio i saggi di Ginzburg) rispetto a quello che siamo abituati a sentire e a leggere quando si parla di uno storico o di un saggista. "È un dramma religioso", scrive Manganelli e riconosce le qualità letterarie di Ginzburg, tanto da considerarle tale e quali a quelle di un ottimo romanziere. Ginzburg non ci rimase male, anzi riconobbe che Manganelli avesse visto giusto, perché l’attività di uno storico – senza le letture (non necessariamente obbligate) di romanzi – rischia di essere se non arida, quanto meno poco concentrica nel definire e sviluppare un tema e riportarlo ai nostri giorni. Tanto che più volte lo stesso Ginzburg ebbe a sostenere che tra narrazione di finzione e narrazione storica non c’era un confine ben preciso. Anche se Manganelli nel recensirlo avesse ben chiaro di ritrovarsi di fronte a un saggio storico.