Ho incontrato Carlo Ginzburg per la prima volta quando sono entrato a far parte del Dipartimento di Storia a UCLA nei primi anni 2000. Naturalmente, come tutti gli storici della mia generazione, avevo letto anch’io Il formaggio e i vermi e I Benandanti, oltre a diversi suoi importanti saggi sulle «spie» e altri argomenti. Pur avendo sfogliato la sua grande opera del 1989, Storia notturna, in quel periodo non la conoscevo bene e l’ho letta per intero solo alcuni anni dopo. Per qualche motivo, negli anni in cui ho insegnato all’EHESS di Parigi, dal 1995 in poi, non ero mai riuscito a incontrarlo di persona, anche se so che visitava Parigi spesso. Avevo però incontrato e parlato con il suo collega e compagno di viaggio nel mondo della microstoria, Giovanni Levi, grazie alla mediazione di Lucette Valensi, che era mia collega senior a Parigi e amava organizzare cene conviviali con cibo nordafricano.

Quando ci incontrammo finalmente a Los Angeles, a una cena, poco dopo il mio arrivo alla UCLA, devo confessare che ero prevenuto nei confronti di Carlo, perché pensavo sarebbe stato una sorta di barone, uno di quei personaggi presuntuosi che dominavano la scena universitaria in Italia, Germania, Francia, Inghilterra e persino in India. In realtà mi lasciò completamente disarmato. Il padrone di casa era un collega cubano, che aveva felicemente adottato la visione populista americana secondo cui gli argomenti intellettuali dovrebbero essere evitati a cena e tutti dovrebbero limitarsi a sport come il baseball o agli ultimi film di Hollywood. Ma nessuno riusciva a convincerne Carlo. Carlo non sembrava davvero voler parlare di sé o del suo lavoro, era anzi genuinamente curioso dei nuovi colleghi arrivati alla UCLA, tra cui mia moglie Caroline Ford e me stesso. E la sua curiosità andò ben oltre una semplice domanda o due, sfociando in una vera conversazione intellettuale. Pochi giorni dopo mi mandò una email suggerendo di pranzare insieme per concludere la nostra discussione rimasta incompiuta alla cena. Ma naturalmente nessuna conversazione finiva mai in modo semplice. Ben presto avevamo stabilito un ritmo regolare di incontri a pranzo in cui discutevamo di una serie di questioni aperte, che spaziavano dalla storia all’antropologia, alla letteratura (inclusa quella russa). Gli diedi un libro che avevo pubblicato di recente, e lui mi presentò cinque o sei estratti dei suoi articoli recenti, uno dei quali menzionerò più avanti.