Con la morte di Carlo Ginzburg, scomparso ieri all’età di 87 anni, la cultura italiana perde uno dei suoi protagonisti di maggior spessore e originalità. Nato a Torino nel 1939 da Leone e Natalia Ginzburg, si era formato a Pisa presso la Scuola Normale, e aveva insegnato in numerose università italiane e americane. La storia dell’età moderna è stato il suo principale ambito disciplinare. Tuttavia, il metodo della «microstoria» e del «paradigma indiziario», messo a punto in alcune famose opere fra anni ’60 e ’70, lo hanno portato ad attraversare anche altri campi di studio, dall’antropologia culturale alla letteratura e alla storia dell’arte, facendone un intellettuale eclettico e di fama internazionale, con opere tradotte in decine di lingue.
QUALCHE ANNO FA, introducendo la riedizione dei suoi principali lavori per le edizioni Adelphi, Ginzburg aveva ricordato tre libri – letti da giovanissimo – come fondamentali per la sua formazione: i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Il mondo magico di Ernesto de Martino. Cosa accomuna questi tre testi? Intanto la convinzione che la storia possa e debba restituire il punto di vista delle classi subalterne. Se questo obiettivo appariva quasi ovvio nella stagione della cultura progressista del dopoguerra, meno scontate erano le sue implicazioni. Da un lato, c’era la difficoltà di ricostruire la prospettiva subalterna, dal momento che le fonti sui cui si fa la storia sono per lo più scritte, e dunque egemoniche.










