Carlo Ginzburg. Foto: Tania / Contrasto

Cividale del Friuli, 1580. L'inquisitore fra' Felice da Montefalco interroga, separatamente, due uomini – Paolo Gasparutto e Battista Moduco – sospettati di stregoneria. Le loro risposte, però, lo lasciano perplesso. I due non solo non si dichiarano stregoni, ma si dicono nemici di questi ultimi e raccontano di combatterli armati di mazzi di finocchio per proteggere i frutti del raccolto. Si definiscono, per questo, “benandanti”, un termine che l’inquisitore sembra non aver mai sentito.

Nonostante quell’appellativo ricomparve in molti altri processi dell’Inquisizione nei decenni a seguire, sarebbe rimasto a lungo sepolto negli archivi ecclesiastici. A riportarlo alla luce fu Carlo Ginzburg, che nel 1966 pubblicò I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, uno dei libri che avrebbero reso celebre il suo nome e il suo modo di interrogare la storia.

Lo abbiamo riletto a sessant’anni dalla pubblicazione e a pochi giorni di distanza dalla morte di Ginzburg, che ha dedicato la sua lunga e prolifica carriera allo studio della storia medievale e moderna dal punto di vista delle comunità marginali e delle culture popolari, incuriosito particolarmente dai processi per eresia e stregoneria e dal rapporto tra le classi subalterne e le élite dominanti.