di

Paolo Di Stefano

Un grande studioso ama la ricerca «contropelo». Che significa «leggere i documenti del passato contro le intenzioni di chi li ha prodotti», inseguire «rivelazioni involontarie», anche attraverso la rete. Perché non sembra, ma la velocità e le risorse di internet sono compatibili con la lettura lenta

Questo articolo è stato pubblicato su «la Lettura» del 21 novembre 2021.

Ci si perde e ci si ritrova di continuo, in compagnia di Carlo Ginzburg: è il suo modo di procedere nella ricerca e anche nella scrittura. Qui come altrove. Il suo nuovo libro, La lettera uccide (Adelphi), sollecita il lettore a seguire un filo che via via si sdoppia, si triplica, si moltiplica in tanti fili, come in un avvincente racconto di detection. Il metodo è quello della microstoria: un progetto collettivo, al quale Ginzburg arrivò attraverso I benandanti e Il formaggio e i vermi, oggi noto, studiato, assorbito e imitato nel mondo. Non sappiamo fino a che punto sia stato studiato lo stile con cui questo procedimento viene proposto, ma sarebbe utile capire come i sillogismi, le andate e i ritorni, le digressioni, le vertigini di domande e risposte che generano nuove domande trovano casa in quei laboratori aperti che sono i singoli saggi, e come i singoli saggi si affiancano e si richiamano a distanza. Senza trascurare le tracce di microstorie che insieme contribuiscono a comporre la storia del mondo: si parte da un oscuro imprenditore svizzero del primo Settecento, il protestante Jean-Pierre Purry, che voleva colonizzare il Sudafrica; si continua con le lettere di San Paolo, con i saggi di Montaigne, con le riflessioni sui riti indiani e giudaici elaborati da un tale che si firmava Monsieur de la C***; si incontrano Sant’Agostino, Lorenzo Valla, Niccolò Machiavelli, Michelangelo, Karl Marx, Benito Mussolini, persino Orson Welles, Roberto Rossellini e Michelangelo Antonioni; e naturalmente nel percorso ci assistono le voci degli storici amati da Ginzburg: Marc Bloch, Aby Warburg, Arnaldo Momigliano, e i compagni di viaggio, come Adriano Prosperi e Stefano Levi Della Torre. Insomma, una festa a cui il lettore è invitato a proprio rischio e pericolo: lo stupore e la meraviglia sono assicurati. Anche per l’intervistatore.