È stato un dispiacere giovedì leggere sulla Stampa un’intervista postuma allo storico Carlo Ginzburg, morto il giorno prima a 87 anni. L’intervista era molto bella, era stata concessa tre anni fa e poi non pubblicata poiché Ginzburg la reputò di nessun interesse. Con un’operazione un po’ piratesca, ma di cui io sono felice, la Stampa l’ha messa subito in pagina, e ne sono felice perché per una volta Ginzburg aveva torto: è un’intervista piena di intelligenza e di spunti che si avrebbe una gran voglia di approfondire.
Fra tanti, ne riporto uno, nel quale Ginzburg si dice “ossessionato dall’idea che bisognerebbe diffondere fin dalla scuola un uso culturale della rete”. In un mondo ipocritamente terrorizzato dalla vita online, cioè dall’onlife, e ipocritamente perché sono essenzialmente gli adulti a riempire i social di porcherie, di non pensiero, di linguaggio sciatto, di pettegolezzi, di insulti, di garalschitudini sparse e diffuse, di malevolenza, di crudeltà, di linciaggio digitale, e dopo averli riempiti di tali delizie pensano di proteggere i giovani vietandoglieli, ecco, in un mondo così arriva Carlo Ginzburg e racchiude in una frase quello che dovrebbe essere un programma politico, nel senso più ampio dell’aggettivo.










