Interpretare la storia spazzolandola contropelo, letta scientificamente soltanto alla rovescia, nella prospettiva dello straniamento e delle prospettive oblique; avere intelligenza del senso dell’umano a partire dalla testimonianza del singolo e del suo contesto marginale; comparare per moltiplicare le prospettive interpretative e disattivare i discorsi violenti, l’ideologia egemone, sottolineando la dimensione multipla, eterologica di ogni identità (di quella individuale così come di quella testuale, iconologica, più ampiamente culturale), comunque respingendo un compiaciuto relativismo deresponsabilizzante; far parlare la vittima, il represso, l’emarginato, non abdicando mai all’intelligenza critica e all’acribia filologica, condizioni di quella sempre falsificabile ricerca universale di verità e di oggettività storica, seppure parziale, che si rivela tale soltanto quando è in grado di smascherare la menzogna ideologica e di sollecitare decisioni etiche razionalmente giustificate.
Il metodo storico di Ginzburg, che si è affinato soprattutto nell’ambito degli studi di storia religiosa, in particolare di ambito cristianistico, è caratterizzato da un approccio sperimentale guidato da una prospettiva zetetica o indiziaria, che, accesa da un’«euforia dell’ignoranza» e consapevole del ruolo «inventivo» della casualità nell’adozione di un caso specifico di indagine, parte dal dettaglio minimo o marginale per procedere a tentoni verso una più complessa verità storica. Seppure questa è soltanto parzialmente avvicinata tramite un caso «eccezionale normale», comunque finisce per essere restituita quale rilevante questione culturale, che si approfondisce, acquisendo valore etico e civile, quanto più comparativamente verificata. Si tratta di riconoscere il mondo in un frammento, che può essere sia esistenziale, che letterario. «Le fiabe, i romanzi, i racconti nutrono la nostra immaginazione morale: partecipiamo alle emozioni di un burattino, di un assassino, di un insetto». Fare storia dell’umano, allora, è atto eminentemente eterologico e proprio per questo altamente etico: assumere l’altro, il remoto, lo scarto, il lapsus come ciò che ci appartiene e ci identifica, spossessandoci, e che pure rimane perduto nella sua compiuta singolarità, quindi riconosciuto nel suo irriducibile segreto, che pure ci riguarda e ci inquieta. Le Indie di quaggiù…













