Ci sono dei momenti nella storia sociale, politica, civile, e infine artistica, in cui sembrano saltare, una dopo l’altra, tutte le cuciture che rinsaldano il tessuto unitario e l’immagine che una società ha di se stessa. Sono lacerazioni secche e capovolgimenti, l’irruzione inaspettata di paradigmi nuovi che sgretolano dall’interno quelli precedenti, facendoli implodere. Chi si trova a vivere quei momenti, è chiamato a fare una scelta di campo.
Il totale capovolgimento di prospettive che la nuova musica popular alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, poi il jazz delle avanguardie, il minimalismo, le sperimentazioni estreme ai bordi del suono hanno portato, è esattamente il percorso cronologico, di passione e di ricerca, di scelta di campo, di voglia di fare, di scrivere, di raccontare di Riccardo Bertoncelli. Mancava un testo che ricostruisse nel dettaglio la sua scelta, dagli anni dei primi Beatles, e fino alla grande risacca estetica degli anni Ottanta, pur attraversata da proficue, nuove burrasche, subito colte dalla penna del Nostro, con Musica 80, dopo le avventure seminali di Muzak, di Gong, dei primi libri sul «pop» a far da sonda e razzo di segnalazione.
L’ha scritto lui, quel libro, per nostra fortuna: Abitavo a Penny Lane/Memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues (Feltrinelli), ed è bello naufragare in quel mare mosso di scossoni estetici scanditi da una sorta di bulimia della scoperta d’un ragazzo della provincia, avventure che partono dai Beatles, transitano per il blues progressivo inglese, poi per Hendrix e Zappa, avvolgono la California del grande sogno e la psichedelia, incorporano la fibra avvampante della New Thing jazzistica, lambiscono le avanguardie di ogni tipo. L’ha scritto, e con quello stile inimitabile che fa guizzare e inarcare frasi e metafore, ricordi e citazioni da mille ascolti incrociati, mille libri letti, mille film.







