«La verità nuda e cruda è che la sinistra europea, compresa quella italiana, ha provveduto progressivamente negli anni a demolire se stessa. I suoi fondamenti ideali sono inariditi, il suo radicamento sociale è cambiato, la sua visione alternativa al capitalismo e alla economia di mercato sfrenato, cinico, è venuta meno. Sostanzialmente accettando quello esistente come unico possibile». La frase contenuta a pagina 265 del libro di Gavino Angius, Ambizione e disincanto (Bordeaux, pp. 309, euro 24) riassume in modo perfetto il senso di un saggio che, ripercorrendo 80 anni di storia repubblicana, si domanda con uno spirito militante perché la destra post fascista sia potuta arrivare al potere e minare le fondamenta della Costituzione nata dalla resistenza.
Angius, 80 anni quest’anno come la Repubblica, dirigente del Pci, a lungo parlamentare e capogruppo del Pds al Senato, è un’anima inquieta della sinistra italiana. Discepolo di Berlinguer, sassarese come lui, critico della svolta di Occhetto nel 1989 e ancor più della nascita del Pd nel 2007, di cui ha fatto parte per un breve periodo prima di lasciare la politica attiva. Nei vari passaggi, ha sempre difeso la necessità di non smarrire l’elemento antagonista rispetto al capitalismo, l’ancoraggio alla famiglia socialista, la necessità di non farsi omologare dal liberismo, dal mercatismo e dalla Terza via. Quasi sempre inascoltato.







