All’incirca tra il 1967 e il 1982, l’Italia è stata traversata e spazzata non da un grande movimento riformatore e innovatore ma da un vero tentativo di rivoluzione, forse il solo nella storia italiana. Lo ha segnalato e chiarito, in numerosi scritti e interviste, Paolo Virno, sottolineando che si tratta di un «sobrio dato di fatto» non di un’illusione ottica derivata dalla roboante fraseologia dell’epoca. «Per un lungo periodo di tempo si sono fronteggiati due poteri contrapposti, con conseguente paralisi della decisione politica. Da questo punto di vista – oggettivo, sobrio – si potrebbe sostenere che vi è stata un rivoluzione sconfitta», argomentava Virno.

LA VERA PROTAGONISTA del romanzo di Sergio Bianchi Aggrappàti al cielo (Milieu, pp. 200, europ 18.00) è proprio quella «rivoluzione sconfitta». Non il narratore, i suoi amici e compagni, la famiglia, le disavventure amorose o picaresche ma direttamente, pur se incarnata nei personaggi ben poco fantastici del romanzo, la tempesta che per la prima volta prese di mira il lavoro salariato in sé. L’accostamento tra Virno e Bianchi non è del resto casuale, dal momento che l’autore di Aggrappàti al cielo, come fondatore e a lunghissimo direttore della casa editrice e della rivista DeriveApprodi, è l’intellettuale militante che più di ogni altro, con la sua produzione, ha impedito che l’eredità di quella componente eretica persino all’interno del movimento, l’operaismo e l’autonomia, si perdesse la memoria. Molto più della saggistica, del resto meno cospicua di quanto appaia dal momento che si concentra per lo più sulla sanguinosa fase finale del ciclo falsandone così l’intera immagine, sono stati alcuni romanzi a render ragione di quella fase storica unica nel Paese che, a differenza del resto dell’occidente, «non ha mai fatto una rivoluzione». Sergio Bianchi però, con un’operazione tanto sofisticata quanto sottile e poco vistosa, rovescia la prospettiva. Non si sofferma sulle vicissitudini personali del protagonista se non in quanto traversate e indirizzate dal vento della rivoluzione. Capovolge di fatto il noto slogan dell’epoca, «Il personale è politico», e lo fa a ragion veduta perché in momenti simili è altrettanto vero l’opposto, «Il politico è personale».