Le rivoluzioni del nostro tempo di The Peoples Want (elèuthera, pp. 126, euro 15, traduzione di Pietro Anania, Bruna Bonanno, Paolo Stella) è un manifesto collettivo scritto da chi ha vissuto, fin dentro le pieghe più intime della propria carne, le rivolte popolari che si sono succedute in ogni parte del mondo a partire dall’inizio di questo secolo. Rivoluzionari e rivoluzionarie che sono riusciti a sfuggire alla repressione più brutale nei loro paesi e che oggi si trovano in esilio in un Occidente immaginario che, dopo averli decimati lungo le rotte migratorie, a malapena li tollera quando non mette in atto procedimenti amministrativi degradanti o una vera e propria prosecuzione dell’oppressione con altri mezzi al fine di rimandarli a casa loro.

ATTIVISTE E ATTIVISTI che, malgrado tutto, si smarcano da ogni possibile ideologismo preconfezionato per costruire un internazionalismo dal basso – «se le avanguardie di un tempo pretendevano di marciare un passo avanti alle masse, noi sappiamo invece di camminare nel solco tracciato dalle sollevazioni popolari degli ultimi decenni» – per fare e farsi popolo, sempre «plurale e sempre in divenire».

Un popolo che non preesiste alla rivolta ma che si forma, annullando le divisioni prodotte dalle politiche fasciste o parafasciste delle élite, nel fuoco dell’insurrezione. E ciò che questo popolo vuole nel momento stesso in cui si va costituendo è, per usare le parole di Laclau, la realizzazione di una catena equivalenziale in cui portatori di rivendicazioni eterogenee si possano unire dopo essersi riconosciuti e aver riconosciuto che «non è più possibile sopportare le cose come stanno: la mancanza di cibo, il rischio di essere uccise o stuprate, la mancanza di un riparo per la notte, lo spettro di un’umiliazione a ogni controllo dei documenti, il terrore che l’acqua necessaria a coltivare si esaurisca…».