Le rivoluzioni sono, per loro natura, accadimenti «estremi»: provocano rotture, strappi, lacerazioni che mutano radicalmente l’ordine delle cose esistenti. Eppure, nell’hortus conclusus della musica d’arte, si verificano a volte fenomeni autenticamente «rivoluzionari» che, al contrario, si collocano più nell’alveo delle medietas che in quello della extremitas. È il caso, esemplare, di un genere musicale che contiene sin dal nome un riferimento palese alla medietà: si tratta infatti dei cosiddetti «intermedi», ossia di quegli interludi vocali e strumentali che nell’arco del Cinquecento, in Italia, venivano abitualmente eseguiti durante gli intervalli di una commedia in prosa.

Gli esempi, scrupolosamente ricercati e classificati da Nino Pirrotta, uno dei maggiori musicologi del Novecento, sono innumerevoli: per un verso è diffusa la prassi, sin dall’alba del secolo, degli intermedi «ordinari», quelli eseguiti nel corso di commedie prive di intenti celebrativi o encomiastici come, ad esempio, La gelosia di Antonfrancesco Grazzini o Il Capitano di Ludovico Dolce: testi oggi del tutto dimenticati, ma che vengono stampati insieme alle musiche utilizzate per gli intermedi. Per l’altro verso le cronache del tempo registrano i ben più nobili «intermedi aulici», desinati cioè a festeggiare avvenimenti particolarmente solenni della vita di corte: feste, matrimoni, ricorrenze, genetliaci.