C’è un momento esatto in cui l’Occidente ha smesso di specchiarsi in un mondo ordinato, compatto e geometricamente rassicurante. Non è accaduto soltanto nelle trincee della Grande guerra o tra le pagine rivoluzionarie della psicoanalisi freudiana, ma prima di tutto nell’aria, sotto forma di vibrazioni. All’inizio del Ventesimo secolo, la musica ha smesso di “tornare a casa”, ha rifiutato la rassicurante architettura della tonalità tradizionale e ha iniziato a raccontare l’uomo moderno per quello che era veramente: un essere frammentato, privo di fondamenti, sospeso sull’abisso. È questo il fulcro affascinante da cui muove Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento, il saggio di Enrica Lisciani-Petrini appena riproposto da Mimesis.
L’autrice, già docente di filosofia teoretica all’Università di Salerno, compie un’operazione culturale di ampio respiro. Dimostra come percorsi di compositori apparentemente distanti abbiano in realtà risposto a un’unica, drammatica urgenza: dare voce alla “crisi metafisica” che ha investito il Novecento, crisi la cui ombra si prolunga in realtà fino ai nostri giorni. Tre date, in particolare, segnano la transizione verso un nuovo paesaggio sonoro: il 22 dicembre 1894, con il Prélude à l’après-midi d’un faune, Claude Debussy scardina la concezione del tempo musicale. La musica non si sviluppa più in modo lineare verso una meta prestabilita, diventa stazionaria, fluttuante, puro gioco di accordi privi di legami tonali che esitano come macchie di colore sulla tela. Il 16 ottobre 1912, con il Pierrot lunaire, Arnold Schönberg (seguito poi dagli allievi Berg e Webern) porta la frattura alle sue estreme conseguenze. È l’atonalità, la dissoluzione radicale del baricentro armonico tradizionale in nome di un’espressività tesa e esasperata. Il 29 maggio 1913, a Parigi esplode Le Sacre du printemps di Igor Stravinskij. Che reinventa il ritmo, trasformandolo in una forza tellurica, barbara e aggressiva, spezzando via qualsiasi illusione di fluidità.






