Ho incontrato Giovanna Marini per la prima volta attorno alla metà degli anni ’70, alla fine di un concerto dalle parti di Bologna. Già allora faceva canzoni di protesta diverse dagli altri. Raccontava per metafore, ricordava bluesmen come il grande Leadbelly, ma anche vecchi gospel e ballate «assassine» citate da Dylan per narrare un’America violenta e cupa. Un contesto culturale che ho poi ritrovato nel bel libro che Sandro Portelli, insieme a Susanna Cerboni, hanno appena pubblicato: Giovanna Marini. Io vorrei. La poesia civile di una cantora eretica (Donzelli).

Portelli cita Walt Whitman, il padre della poesia civile americana, che a sua volta cita «voci mute di generazioni di schiavi, dei diritti calpestati, voci indecenti che io rendo limpide e trasfigurate». E tutto questo nasceva, in Giovanna, dagli anni della sua esperienza negli Stati Uniti, soprattutto dalla coscienza che, senza quelle voci «indecenti», lei non avrebbe mai trovato la propria voce.

LA STESSA voce che poi avrebbe ricantato quelle e altre canzoni «trasfigurate» per farcele conoscere in tutta la loro bellezza e carica eversiva. Storie spesso visionarie, che lei tira fuori dal suo corpo già come materia sonora, con una sua precisa identità, forte e ribelle. «E il modo di rendere un canto di tradizione ancora vivo e attuale è – spiega la nostra cantora – quello di esasperarlo al massimo, così da far arrivare tutta la sua diversità e quindi l’emozione». Una modernità che ritroviamo anche nel titolo, Io vorrei, preso da un brano del 2003 e proposto, con incredibile successo, alla sua prima partecipazione al concertone del primo maggio. Una canzone tenera e feroce, un’invocazione a Dio perché «torni a essere il Dio degli eserciti/Che spazza via i potenti e i padroni del mondo», con un’allusione evidente al nuovo imperialismo criminale di personaggi come Trump e Netanyahu condannato recentemente da papa Leone XIV.